Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è

Il trionfo dello status quo è il preludio della sua fine?

Jacopo da Cessole, Libro di giuocho di scacchi (frontespizio)

Nel celebre film di Visconti Il Gattopardo, ripreso dal romanzo di Tomasi di Lampedusa, viene enunciato un concetto rimasto nella storia “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Frase che esprime una mentalità erede della tradizione borbonica ancora molto diffusa nel nostro Paese, soprattutto nelle stanze del potere. Descrive l’usanza di fingere riforme e cambiamenti con lo scopo opposto, di lasciare le cose come stanno.


Nella situazione odierna potrebbe sembrare che stiano capovolgendo il paradigma del Gattopardo. Negli ultimi giorni due pilastri del potere degli ultimi decenni sono stati nominati a capo delle istituzioni di controllo, con Frattini per il Consiglio di Stato e Amato per la Corte Costituzionale.

Non solo. L’elezione del capo dello Stato che si è appena conclusa ha di fatto consegnato la Repubblica nelle mani di due monarchi, il Presidente e il primo ministro.
Come se la stabilità delle istituzionali debba essere garantita dalla inamovibilità di chi le presiede e dove la grande preoccupazione delle forze politiche di governo sembra essere quella di mantenere lo status quo estendendo la durata del potere senza limite temporale.

Nel momento massimo del trionfo dello status quo istituzionale in una fase storica in cui è al massimo anche la forza del cambiamento a livello internazionale, la domanda è se stia capitando l’opposto di quanto espresso nel Gattopardo. Ossia non cambiare nulla per cambiare tutto.
A quel punto sarà la potenza della realtà a travolgere ogni tentativo del potere di immobilizzarla. 



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