Debora BIONDA: “nella mia Milano sarà impossibile VIVERE o MORIRE dimenticati dalla società”

"Sogno una Milano fatta di relazioni solide e che ci sia nel momento del bisogno"

Debora Bionda

Debora Bionda, laureata in Bocconi, giornalista, ha lasciato il piccolo paese del Piemonte dove è cresciuta per venire a Milano a studiare e non se ne è più andata.

Debora BIONDA: “nella mia Milano sarà impossibile VIVERE o MORIRE dimenticati dalla società”

Debora Bionda

La cosa che ami di più di Milano?

Rispondo con una sensazione: il sentirmi a casa, nonostante non sia nata a Milano. È una città che accoglie, certo devi stare alle sue regole e non è affatto semplice. È come salire su un’auto da corsa, serve saper guidare bene, prendere le misure, cambiare la marcia nel momento giusto, accelerare solo quando ci sono le condizioni per farlo, altrimenti si va fuori strada. Insomma, devi aver voglia di imparare e rimboccarti le maniche, ma la possibilità di salire su quell’auto ti viene data. Poi sta a te.


Quella che invece ti piace di meno?

L’apparenza. C’è una vera e propria corsa ad andare in certi posti, essere vestiti e parlare in un certo modo, farsi il selfie nel tal locale, avere un certo tipo di interessi e amicizie, anche le vacanze devono essere fatte in alcune località ben precise. Un mondo di apparenza portato all’ennesima potenza che a Milano purtroppo trova terreno fertile.

Il tuo locale preferito?

TeaCup in via Caminadella. Ho conosciuto la proprietaria casualmente anni fa a una degustazione di tè e non ci siamo più perse di vista. Ora che ha aperto questa sala da tè vicino a Sant’Ambrogio ci vado appena posso. Fra l’altro, lei è una ragazza trentenne che ha aperto in piena pandemia: una dimostrazione di amore per la città che è una lezione di coraggio per tutti. Un esempio della Milano che non si arrende e guarda al futuro.

Si apre la porta e si entra in un luogo intimo e fuori dall’ordinario, fra tè profumati, dolci che non trovo altrove, un soffitto a cassettoni in legno splendido, opere d’arte appese alle pareti e un’amica con cui parlare. Cosa chiedere di più?



Credits: @teacup.milano
TeaCup

Il tuo passatempo preferito a Milano?

Passeggiare. Lo è sempre stato e c’è un perché. Quando sono arrivata a Milano per studiare faticavo a orientarmi, prima dell’università non c’erano state occasioni per venire a Milano per cui per me era difficile capire cosa avessi vicino, come raggiungere alcune zone. E allora, quando non studiavo per gli esami, camminavo e camminavo, memorizzando fermate della metropolitana, palazzi, nomi delle vie. Oppure prendevo i tram con un lungo percorso che attraversavano le zone centrali, come l’1 o il 9 e facevo da capolinea a capolinea, è stato fondamentale per capire le distanze. Nel 2020, dopo vent’anni nella stessa zona, mi sono trasferita in un quartiere diverso. Ho passeggiato per ogni via, angolo, piazza, finché non ho ricostruito la mia mappa di luoghi e distanze. È il mio modo di conoscere la città, ovunque mi trovo so come tornare a casa.

La canzone su Milano a cui sei più legata?

“Innamorati a Milano”.Che pazzia innamorarsi in mezzo a tanta gente, eppure ‘in questo posto impossibile, tu mi hai detto ti amo, io ti ho detto ti amo’. Sarà che i miei grandi amori li ho vissuti qui o forse è che più che A Milano, mi sono innamorata DI Milano.

Il luogo dei dintorni di Milano che ami di più?

I miei luoghi del cuore sono in città, c’è però un angolo di bellezza raggiungibile in un’ora di treno da Milano dove mi piace andare: le Isole Borromee a Stresa. In realtà sono molto affezionata a tutta la sponda piemontese del lago Maggiore. Sono nata in Ossola, alto Piemonte, il lago Maggiore è sempre stata la ‘terra di mezzo’ fra le montagne della mia infanzia e la città dove ho scelto di vivere. Un passaggio obbligato per andare da un mondo all’altro, ma anche un cuscinetto morbido a cui appoggiarsi.

Ph. credits verbanovolant

La cosa più bella che ti è capitata a Milano?

Laurearmi. Può sembrare una banalità, ma è un grave errore dare per scontata la possibilità di istruirsi. Ho tanto voluto quella laurea, ho dedicato allo studio tutte le mie energie fra i 19 e i 24 anni, ha richiesto sacrifici economici non indifferenti ai miei genitori. Per me ha significato tanto e resta uno dei miei traguardi più importanti.

La fermata della metro a cui sei più affezionata (e perché)?

Repubblica. Ho abitato in quella zona per vent’anni, quindi era la “mia” fermata. Conosco ogni centimetro di quella porzione di Milano. Ho dato baci, ho litigato, ho preso metropolitane con la luce del sole o il buio, a volte con le lacrime agli occhi, a volte ridendo. Sono uscita da quella fermata stanca dopo una giornata di lavoro e una volta mi sono pure trovata davanti a uno scenario apocalittico: un velivolo si era appena schiantato contro il Pirellone e le persone per strada correvano verso la fermata da cui stavo uscendo. Pensavo di essere sul set di un film catastrofico, invece, sfortunatamente, era tutto vero. I milanesi si ricordano molto bene di quel drammatico giorno.

La cosa più curiosa che hai visto a Milano?

L’orecchio di palazzo Sola-Busca in via Serbelloni 10. Una scultura sorprendente che “ascolta” la città. Mi è sempre sembrato un simbolo molto forte, quell’orecchio che rende labile il confine fra dentro e fuori. Non lontano da lì, fra l’altro, c’è Villa Necchi Campiglio, splendida, assolutamente da visitare.

Credits: @dilyalondon
Citofono orecchio

Il quartiere che ami di più?

Wagner-Buonarroti. Quel che si dice classe ed eleganza. Ci sono molte Milano, alcune più glamour, altre meno patinate ma di una raffinatezza assoluta. Ecco, basta farsi un giro in zona Wagner per capire che c’è una Milano sotto i riflettori con l’acconciatura perfetta e il vestito firmato, e c’è una Milano bellissima anche senza sentire il bisogno di sfilare. Wagner rientra in questa seconda dimensione.

Credits: @griff_fra
Milano Buonarroti/Wagner

Caro Sala, ti scrivo… (cosa chiederesti al sindaco per rendere Milano ancora migliore)?

Siamo un popolo di allenatori di calcio la domenica, di virologi di fronte a una pandemia, di esperti di geopolitica quando scoppia un conflitto, di curling durante le olimpiadi invernali. Ecco, mi rifiuto di essere le cose elencate in precedenza e anche di fare il sindaco dal divano di casa. Quindi a Sala chiedo semplicemente di fare il suo meglio nel prendersi cura della città e dei milanesi. È stato votato da molti, me compresa, e questo vuole dire che le aspettative sul suo operato solo altissime. Gestire il bene comune è difficile, bisogna dimenticarsi di sé e agire per gli altri. Impone che si accantonino i personalismi e che si affondino le mani nei problemi, occupandosi anche ciò che non piace, di criticità decisamente meno di stimolati delle Olimpiadi. In questa Milano che sta ripartendo dopo il Covid, a Sala chiedo di essere il sindaco di tutti e di pensare a chi ha meno opportunità.

Milano città stato: sei a favore oppure no a che Milano abbia un’autonomia simile a una regione o a una provincia autonoma, come l’hanno le principali città d’Europa?

Dipende da cosa si intende per autonomia e come viene usata. Se l’obiettivo è quello di diventare un’isola felice staccata da tutto il resto, per me non è una buona idea. Una maggiore autonomia d’intervento per risolvere situazioni critiche in tempi rapidi o nel prendere decisioni in modo più preciso e mirato dove serve, invece, è sicuramente un vantaggio.

Se dovessi lasciare Milano in quale città ti piacerebbe vivere?

Parigi. Trovo abbia diversi punti in comune con Milano. Sono due città affascinanti, ricche di storia, arte e cultura, eleganti, sfaccettate, enigmatiche e misteriose. Un mix per me fatale.

Credits: sognandoparigi.it

Se avessi due miliardi per Milano che cosa faresti?

Li investirei nelle periferie. Mi piacerebbe che Milano fosse bella tutta, non solo le zone centrali o semicentrali. E poi è là che la tensione sociale si sente di più. È là che la rabbia diventa violenza o la mancanza di lavoro diventa delinquenza. Il centro non sarà un luogo sicuro finché la periferia sarà sofferente.

foto di andrea cherchi (c)
foto di andrea cherchi (c)

Un sogno per Milano: qual è il tuo più grande auspicio per il futuro di Milano?

Dopo due anni di distanziamento e mascherine, c’è tutto un tessuto sociale da ricostruire. Lo stesso lavoro da remoto, sempre più diffuso, è utilissimo da un certo punto di vista, ma dall’altro allontana e riduce le occasioni di incontro. È il momento di tessere relazioni, di creare un circolo virtuoso, di guardare oltre il proprio giardinetto o banalmente oltre la porta di casa.

Sono rimasta molto colpita dalla storia di una signora a Como morta in casa e ritrovata dopo due anni perché senza parenti o amici e al Cimitero Maggiore a Milano c’è il campo 87 con 128 persone decedute durante la prima ondata di Coronavirus che nessuno ha reclamato. Auspico che Milano diventi la città dove è impossibile vivere o morire dimenticati dalla società. Sogno una Milano fatta di relazioni solide e che ci sia nel momento del bisogno. Ognuno faccia la propria parte, magari anche solo bussando alla porta dei vicini e offrendo loro una tazza di caffè in compagnia.

Debora Bionda

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1 COMMENTO

  1. “Se avessi due miliardi per Milano che cosa faresti?
    Li investirei nelle periferie”

    Risposta facile!
    Lo dicono tutti, da almeno 10 anni, ma poi nulla cambia.

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