Il CRACK del 2008: a Milano i cumenda si trasformano in freelancer

Sulla città dell’energia e dell’efficienza era calata la nebbia, in ogni incontro si evitava l'imbarazzante domanda "che lavoro fai?"


Ufficialmente iniziata nel 2007 la crisi a Milano è scoppiata nel 2009.
Già nell’estate del 2008 si respirava un’aria più pesante del solito. Un’aria cupa come quella del cielo delle Olimpiadi di Pechino, tasche sempre più vuote, soprattutto un senso di inquietudine e di catastrofe incombente. Un po’ come adesso. 

In realtà, l’alba della crisi è stata nel 2006. Negli USA, con il crollo dei mutui subprime. Le banche a quegli stessi a cui stendevano tappeti rossi elargendo prestiti come fossero fondi del PNRR, dopo pochi mesi si presero la loro casa. Quasi tre milioni di famiglie americane non riuscirono a ripagare il mutuo e dovettero lasciare le loro proprietà che vennero messe in vendita dalle banche, determinando un aumento dell’offerta sul mercato immobiliare e quindi un ulteriore abbassamento dei prezzi.


A quel punto la crisi si è propagata come le onde di uno tsunami che inizialmente si intravvedevano solo sulle pagine delle riviste di economia. Sembrava tutto così tecnico, così lontano, fino al 6 settembre 2008 quando il crack di Freddie Mac e Fannie Mae accelerò la crisi finanziaria portando al fallimento Lehman Brothers e facendo colare a picco i mercati azionari. 

Il governo italiano cercò di tamponare le falle pompando denaro nell’economia e riempiendosi di debito: alla fine del 2008 si registrò un calo del PIL appena dell’1,2%, più contenuto rispetto a quasi tutti gli altri paesi. 
Ma, come spesso succede a chi cerca di scansare il problema procrastinando, l’Italia è stato invece uno dei Paesi al mondo più travolti dalla crisi.

Il 2009 ci fu un crollo (-5,5% del PIL), una delle peggiori performance internazionali. Ma l’aspetto peggiore fu negli anni successivi: l’economia italiana non ha mai segnato una vera inversione di tendenza come invece è accaduto in altri paesi. Addirittura, dopo una dozzina d’anni, l’Italia è l’unico tra i grandi paesi a non aver ancora raggiunto i livelli di ricchezza ante crisi. 
Anche perché piove sempre sul bagnato e mentre l’Italia cercava ancora di tappare le buche della crisi internazionale, nel 2011 veniva sommersa da una nuova ondata: la crisi dei debiti sovrani. 



La crisi di un debito sovrano consiste in un rialzo eccessivo dei tassi di interesse sui titoli di stato che vengono periodicamente messi all’asta per finanziare il rinnovo e l’aumento del debito pubblico. Più si alzano i tassi, più il governo deve trovare i soldi per ripagarli, strozzando in questo modo l’economia privata e scassando ancor di più il bilancio dello Stato. 

La crisi del debito italiano divenne evidente nel mese di Giugno 2011, subito dopo che Grecia, Irlanda e Portogallo ad un passo dal default avevano chiesto aiuto all’Europa, ed andò via via peggiorando. Lo “spread”, il differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi, cominciò a crescere di mese in mese portando le principali agenzie di rating a declassare la qualità del debito italiano. 

Le difficoltà del sistema bancario produssero a partire dall’estate del 2011 una stretta del credito (credit crunch): le banche italiane non furono più in grado di elargire finanziamenti al settore privato, determinando ulteriori difficoltà di accesso al credito alle famiglie e alle imprese che già si trovavano in difficoltà. Sotto le pressioni del settore finanziario e di altre istituzioni, il 12 novembre 2011, cadde il governo Berlusconi che lasciò il posto a un governo di tecnici presieduto da Mario Monti.
In sostanza, a partire dal 2008 l’Italia fino ad oggi ha alternato periodi di stagnazione a veri e propri periodi di recessione, senza mai riprendersi con un trend di crescita. 

Ricordo di quel periodo i bar di Milano per la prima volta con gente che si vedeva perdere tempo, senza lavoro, senza prospettive. Il mercato sembrava in panne. Non si muoveva foglia. Sulla città dell’energia e dell’efficienza era calata la nebbia, in ogni incontro si evitava l’imbarazzante domanda “che lavoro fai?”

Ma ricordo anche che non si perse mai la dignità. I molti che persero il lavoro o dovettero chiudere l’attività si riqualificarono come free lancer, startupper o come consulenti. La città dei cumenda era diventata la città dei consulenti, gli yuppies si trasformavano in startupper, perché a Milano è vietato definirsi disoccupati.

L’altra faccia della medaglia per Milano è stata ritrovare una dimensione più umana. La sensazione che la ruota della carriera assomigliasse a quella del criceto e che la crescita senza fine fosse una illusione ha portato, dalla crisi del 2008, molti milanesi a ridefinire le proprie proprietà esistenziali. Forse dopo oltre dieci anni di disillusione e di secchiate di acqua fredda, siamo tutti psicologicamente più pronti ad affrontare la nuova grave crisi che sembra incombere su tutto l’Occidente. Forse. 

#milanograffiti

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ANDREA ZOPPOLATO

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