SENZA SPERANZA

La speranza deriva dall’incapacità di affrontare la realtà

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Allegoria della Speranza, Giorgio Vasari

La speranza è un meccanismo compensativo che deriva dall’incapacità di affrontare la realtà.

La speranza ha diverse dimensioni. Può essere applicata a una dimensione biologica, la speranza di chi non riuscendo più a coltivare eccellenza e progresso in se stesso la sposta sui figli. Poi c’è la speranza di origine metafisica, che è ipotecata dalle religioni che giustificano il fallimento nel presente con una compensazione futura, fino ad arrivare al paradosso di morire sperando, che è una contraddizione dei termini.
Morire sperando significa che la vita non l’abbiamo mai incontrata. La speranza sposta in avanti giorni che non arrivano mai, la speranza porta fuori dall’incontro della realtà.

C’è un carcere sperduto nei luoghi più remoti della Siberia dove sono detenuti i peggiori criminali russi. Vivono in stanzini di 2 metri x 1,5, videosorvegliati costantemente per evitare che si tolgano la vita, non possono neanche stare sdraiati o seduti sul letto se non per il tempo del sonno, si alzano alle 7 e da quel momento possono solo camminare o stare in piedi di fianco al letto.
L’intervista di uno di questi detenuti mi ha colpito molto perché alla domanda sul suo stato ha risposto di essere felice come mai in vita sua.  Allo stupore del giornalista aveva spiegato che questo era dovuto al fatto che mentre fuori tutti sperano qualcosa, nella morte della speranza aveva incontrato la fine di ogni tensione: “Questo perché a differenza di voi non spero in niente, non mi aspetto più nulla”. Dopo il primo anno di atroce sofferenza aveva trovato uno stato di pace perché aveva smesso di sperare.
Per quanto estremo è un esempio del fatto che non abbiamo pace perché il momento presente è sempre ipotecato da un dopo che non arriva mai.

A prescindere da come sia la vita, il fatto di non differirla garantisce una forma di certezza che la speranza impedisce costantemente. Come se quell’ansia che è alla base della speranza di qualcosa, più che all’oggetto della preoccupazione è dovuta a questo continuo mancare l’appuntamento con se stessi e con la vita. Perché la felicità è uno spazio soggettivo: più la sposto su un oggetto e più evito di riconoscere questa evidenza.

Anche l’eremita, chi si estranea dal mondo anche attraverso forme di meditazione e ascetismo, in un certo senso combatte la speranza, cercando l’incontro con il momento non mediato dall’oggetto. Anche la rinuncia al mondo nasce dal tentativo di incontrare la vita perché il mondo con le sue illusioni è l’oggetto più oggetto di tutto.

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A prescindere da come la possiamo pensare, se stiamo esistendo significa che un’infinita intelligenza sta sostenendo il nostro atto di esistere e nella semplice percezione dell’intelligenza che sostiene noi e il cosmo si nasconde il segreto di una felicità così profonda che è capace di trascendere la stessa vita e la stessa morte.

L’uccisione della speranza è un invito a una morte simbolica che apre le porte alla fine della dualità.
La vita è investita sull’Io e quindi è piena di routine, di impegni, di quotidianità, piena di un futuro che è furto del tempo presente. Questo tentativo della coscienza di toglierci dal qui e adesso porta la vita ad assomigliare a un essere per la morte, invece che a una ricerca al di là del bene e del male di ciò che la vita è.
Se rimango fuori dalla capacità di percezione unitaria resto vittima del tentativo più subdolo a cui la speranza mi obbliga, che è di evitare la morte. La speranza è un tentativo di evitare la morte mentre è proprio nell’accettarla, come avviene nei rituali iniziatici di morte e resurrezione, che si configura l’autentica nascita a se stessi.  

Per quanto terribile è il momento, se il respiro mi sostiene attraverso quel contatto io posso riconoscermi nell’intero senza morire congelato nella parte.
Tutto è guru: ogni momento è maestro.

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