Città stato sì, città stato no: FAST CHECKING sull’ultima dichiarazione di Sala

Durante il brindisi natalizio con i giornalisti a Palazzo Marino, il Sindaco ha delineato l’agenda del 2019. Ha espresso la priorità di intervenire sugli elementi più critici della sua prima metà del mandato, “ambiente, periferie e cittadini più poveri”, e ha concluso con questa dichiarazione:

Milano non ha istinti autonomisti e non si vede come una città-stato, vogliamo essere parte del Paese e collaborare con tutti, con il governo, con la Regione Lombardia, ma su cose concrete e non a parole. Penso di avere dimostrato che quando si tratta di collaborare lo faccio e non mi fermo davanti a barriere politiche se c’è di mezzo il bene dei cittadini“.

Parole che paiono sconfessare quanto da lui dichiarato a favore dell’autonomia di Milano nel suo libro “Milano e il secolo delle città” e nella lettera di impegno per Milano Città stato in campagna elettorale. Ma soprattutto pare sconfessare la realtà delle cose. Proviamo a fare un’indagine sulle parole di un primo cittadino al di sopra di ogni sospetto. 

Città stato sì, città stato no: fast checking sull’ultima dichiarazione di Sala

#1 (Non vogliamo essere città-stato perché) “vogliamo essere parte del Paese”

Sala dichiara di essere contro l’autonomia, perché a differenza delle città stato “vogliamo essere parte del Paese”. Come ricorda anche Wikipedia (qui il link sulle città stato del mondo) le città stato possono essere di due tipi: città stato sovrane (solo pochi casi), e città stato che fanno parte di uno stato (la stragrande maggioranza dei casi). Ciò che contraddistingue lo status di città stato è avere una autonomia, più o meno spinta, rispetto alle leggi del Paese di cui fanno parte. Città stato non significa indipendenza politica ma autonomia amministrativa. Quindi non è corretto abbinare il concetto di città stato all’indipendenza politica (ossia non essere più parte del Paese)

Città stato non significa indipendenza politica ma autonomia amministrativa. Quindi non è corretto abbinare il concetto DI CITTA’ STATO all’indipendenza politica (ossia non essere più parte del Paese)

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#2 (Non vogliamo essere città-stato perché) “vogliamo collaborare con tutti, con il governo, con la Regione Lombardia”

La città stato sembra per il sindaco un modello di chiusura: autonomia uguale mancanza di collaborazione. Sala da sempre professa l’idea di una città aperta, ispirandosi a grandi città internazionali come Berlino, Londra, Parigi, Madrid, Amburgo, Hong Kong. Città che hanno tra di loro una cosa in comune oltre alla grande apertura internazionale: sono tutte città-stato. Già, tutte loro hanno un’autonomia legislativa che le differenzia dal resto del loro Paese. Le nazioni più grandi d’Europa hanno infatti almeno una città stato che funge da hub per operare liberamente sui mercati internazionali, ossia proprio per essere più aperte. L’unico Paese che non ha al suo interno una città stato è l’Italia.
Le città stato collaborano eccome con il territorio. Anche perché per collaborare si deve avere un’autonomia, altrimenti che collaborazione è? La collaborazione c’è proprio nel momento in cui tu puoi esprimere la tua capacità di indipendenza e di poter fare le cose. Più tu hai autonomia e più puoi avere carte per aiutare gli altri. Senza autonomia, come è ora il caso di Milano, si tratta di obbedire non di collaborare.

Le città stato collaborano eccome con il territorio. La collaborazione c’è proprio nel momento in cui tu puoi esprimere la tua capacità di indipendenza e di poter fare le cose. Senza autonomia, come è ora il caso di Milano, si tratta di obbedire non di collaborare

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#3 (Noi vogliamo collaborare) “su cose concrete e non a parole”

Il sindaco ama la concretezza, non ama la filosofia. Occorre fare chiarezza su cosa significhi essere una città stato e come questo incida su cose concrete che riguardano la vita dei cittadini. Al momento Milano non ha alcun potere amministrativo diverso da qualunque altra città d’Italia. Milano dipende in tutto dalla Regione e, soprattutto, dal governo di Roma. Questo significa, senza avere autorizzazione da Roma, non avere una politica di visti per accogliere cittadini stranieri, non poter fare corsi di lingua per attirare più studenti dall’estero, non potere fare leva sulla tassazione o su semplificazioni fiscali per attrarre le imprese, non poter realizzare opere di interesse pubblico, neppure nel caso di ristrutturazioni dei palazzi privati più importanti. Per tutto questo Milano deve sempre passare da Roma, sia che si tratti di corsi in lingua (MIUR) sia per poter riaprire i navigli (Soprintendenza – Ministero dei beni culturali). Solo lo status di autonomia può consentire a Milano di poter realizzare cose concrete senza l’autorizzazione di Roma.

Milano deve sempre passare da Roma, sia che si trattI di corsi in lingua (MIUR) sia per poter riaprire i navigli (SoPrintendenza – Ministero dei beni culturali). Solo lo status di autonomia può consentire a Milano di poter realizzare cose concrete senza l’autorizzazione di Roma.
 

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#4 “Milano non ha istinti autonomisti e non si vede come una città-stato”

Il sindaco dichiara a nome di Milano di non voler essere una città stato. Se lui dice questo pensa di essere in una città stato retta da una monarchia assoluta che può dire e decidere ciò che la città vuole o non vuole. Ma Sala non è un monarca di uno stato assolutista, non è un imperatore, è solo il sindaco di uno dei tanti comuni dello stato italiano, è privo di qualunque autonomia di azione, mentre qui parla come se avesse un potere che non ha. Il paradosso è che le sue parole avrebbero senso solo se Milano fosse una città stato.

il sindaco dichiara a nome di Milano di non voler essere una città stato.  Il paradosso è che le sue parole avrebbero senso solo se Milano fosse una città stato.

La nostra speranza per la città è che il sindaco si dimostri almeno coerente con la sua chiusura: quando si tratta di collaborare lo faccio e non mi fermo davanti a barriere politiche se c’è di mezzo il bene dei cittadini”.

Gli chiediamo solo di tenere fede a questa frase, di abbandonare i toni da principe cinquecentesco e di rientrare in un sano spirito democratico. Perché se si seguono le regole della democrazia, allora il sindaco dovrebbe ammettere che Milano sì che si è espressa per l’autonomia. Lo hanno fatto tutti i candidati sindaco delle ultime elezioni, tra cui lui stesso. Lo hanno fatto gli ex sindaci, lo ha fatto la società civile, lo ha fatto soprattutto l’unico organo democratico che ha potere di esprimere la volontà dei cittadini: nel febbraio dell’anno scorso il consiglio del Comune di Milano ha deliberato un percorso per portare Milano all’autonomia, con trenta voti a favore e un astenuto.

In questa sua dichiarazione Sala si confonde con le città stato medievali, con le mura e un principe, non sapendo che oggi le città stato o le città regione sono i luoghi più aperti, democratici e interconnessi del mondo. Le città stato oggi sono questo e crediamo giusto che ad esprimere ciò che vuole una città siano i suoi cittadini.

Sala si confonde con le città stato medievali, con le mura e un principe, non sapendo che oggi le città stato o le città regione sono i luoghi più aperti, democratici e interconnessi del mondo

 

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MILANO CITTA’ STATO

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