🇦🇱 Albi Hoxa, consulente strategico: “Milano è la città del SELF-MADE Man”

Le interviste di Milano Città Stato ai Milanesi dal Mondo

Albi Hoxa

Intervista a Albi Hoxa, consulente attivo nel settore HO.RE.CA. (assieme al Dott. Mattia Ferretti ha collaborato al lancio della piattaforma JoJolly ed è parte di Highdeas Network), in Italia da 17 anni di cui 8 trascorsi a Milano, una città che lo ha trasformato, con un breve intervallo a Roma, città che l’ha in qualche modo deluso.

È in procinto di trasferirsi negli Stati Uniti d’America, a Waterbury (Connecticut), per raggiungere la moglie Ingrid, con l’obiettivo di sviluppare un’associazione per migranti negli USA, che li supporti e li fornisca tutti gli strumenti e i servizi necessari ad un’integrazione migliore, in parallelo ad un business sull’asse Milano-New York in modo da preservare il legame con la sua amata città e l’Italia.

Albi Hoxha

Partiamo dalle basi: nome ed età

Il mio nome è Albi Hoxa. Sono nato il 24 luglio nel 1993.

Qual è la tua città natale?

Sono nato nella città di Elbasan, posizionata al centro nord in Albania.

Il tuo lavoro?

Arrivato a Milano, la città delle occasioni, attraverso Randstad trovai subito un posto come cameriere a prestazione occasionale negli hotel. Da lì, un giorno capitai all’Ibis di Porta Venezia e con grande ardore mi presentai al direttore dell’albergo, dicendogli “mi piace molto la vostra realtà e vorrei farne parte”: il giorno dopo mi assunsero. Quell’ambiente mi diede molta disciplina ed educazione sociale, imparai l’inglese, frequentai corsi di HACCP e di attitudine al rapporto col cliente. Lavoravamo sulla gestione del flusso e sulla dinamicità, più che sul dettaglio. Acquisita una certa esperienza, mi buttai sul settore del lusso lavorando per Armani Hotel, Mandarin Oriental, Hilton, fino ad arrivare all’Excelsior Gallia. Mi misero al rooftop dove applicai tutto ciò che avevo imparato nelle strutture precedenti, in uno spazio frequentato da direttori di altri alberghi e imprenditori che volevano, oltre che essere serviti, anche essere intrattenuti: dovevo essere pronto a parlare di qualsiasi cosa. Dopo 6 mesi, cercai una nuova sfida e mi buttai nel catering come cameriere, ricominciando da zero. Piano piano, anche grazie alle soft skills acquisite nelle esperienze precedenti, mi costruii una rete di conoscenze che mi portò ad entrare nel progetto JoJolly, una piattaforma di gestione del lavoro occasionale, pensata per mettere in contatto la domanda e l’offerta.

Perché l’Italia? E perché a Milano?

Il tricolore è stato un faro di speranza per la mia famiglia, così come per tutti gli albanesi. Si canticchiavano i ritornelli delle canzoni di Celentano prima di avere imparato le basi della lingua italiana. Le serie TV che vengono trasmesse in Albania sono tutte italiane, in italiano, sottotitolate in albanese. Nelle coste albanesi abbiamo sempre sentito il profumo della libertà ed abbiamo seguito quella scia. Le elementari, le medie e le superiori le ho fatte a Pordenone, ma poi un mio impulso, la mia voglia di lavorare e di creare la mia vita mi hanno portato a Milano, inizialmente ospite di una mia amica. Ho dovuto fare tutto da solo: ma a Milano tutti sono alla ricerca di qualcosa, basta metterci la passione e qui tu stesso diventi la tua opportunità.

Cosa ti aspettavi?

Arrivavo da Pozzo di Pasiano di Pordenone. La mia famiglia, mio padre e mia madre, venivano da una condizione difficile, la luce che hanno trovato qui era piccola ma a loro bastava. A me, no. I miei amici e i miei compagni avevano un modo di pensare completamente diverso dal mio, mutuato dal mio ambiente familiare dove si pensava solo al lavoro e qualsiasi cosa che non fosse finalizzata al guadagno era vista come una perdita di tempo: uscire la sera era inconcepibile. Io crescendo ho speso molte delle mie energie per avvicinarmi alla cultura italiana, allontanandomi così da quella della mia famiglia e dell’Albania. Iniziava a svegliarsi il vero Albi. Così, quando fuggii a Milano, perché di fuga si trattò, mi aspettavo la svolta. Ma all’arrivo le mie aspettative sono state avvolte dalla volontà istantanea di renderle concrete.

Cos’hai trovato?

Il primo approccio con la città è complicato, l’aria è ruvida quando si scende dai mezzi pubblici e si ha la sensazione di essere protagonisti in un grande timelapse. Ho trovato in realtà anche un grande spirito di accoglienza, una mentalità aperta e tante persone che si mettono in gioco.

Quali sono le principali differenze con la tua Città e Stato di provenienza?

Sono cresciuto in un sobborgo di Pordenone: la vita di provincia è statica, si ricevono pochi input dal contesto ed il rischio di rimanere intrapolati dentro la zona di comfort è molto alto. Di fronte alla realtà di Milano queste differenze sono messe in forte rilievo. Rispetto all’Albania non ne parliamo neanche. Dopo i 41 anni del regime di Hoxha aprirono le carceri, e le persone che sono uscite da lì oggi hanno in mano l’Albania. Hanno realizzato cose buone con soldi illeciti, ma coltivare un sogno e realizzarlo da noi è ancora molto difficile.

Hai avuto problemi linguistici?

A scuola ero l’unico bambino proveniente da una nazione straniera, non conoscevo per niente l’italiano – cosa non scontata per un albanese – e mi sentivo in difetto. Per fortuna l’apprendimento in età infantile è davvero rapido, dunque solo dopo il primo anno sono stato in grado di chiedere al mio compagno di banco se avesse voluto condividere la merenda con me.

Hai avuto problemi con la burocrazia?

L’oggetto del trasferimento in Italia è stato il ricongiugimento familiare, dunque ho avuto la documentazione necessaria al soggiorno in tempi molto brevi. Lo sponsor è stato mio padre, residente in Italia con tutti i crismi allora già da 20 anni, e la mia regolarizzazione è stata aiutata anche dal percorso scolastico. Il mio ingresso vero e proprio in Italia fu in realtà molto travagliato: dentro il baule di una macchina su un traghetto da Durazzo a Trieste. Sono entrato sfruttando il caos alla frontiera, ma essendo estate ed essendo letteralmente sepolto sotto una coperte, piumini e altra roba, anche pesante, me la sono vista davvero brutta. Ringrazio mio padre Hedi, il suo coraggio è stato determinante: il gesto è stato una grande dimostrazione di amore famigliare.

Cosa ti piace di Milano e dell’Italia? Cosa non ti piace? Cosa pensi dei milanesi e degli italiani?

Milano si fa piacere, ti avvicina, ti lascia fare e quando sbagli hai già imparato a non disperare: hai subito voglia di rifare meglio! Milano ti indica sempre la via più illuminata e ti consola ad ogni traguardo. L’ingrediente principale sono i milanesi, i cittadini scandiscono il ritmo e danno il gusto a questa meravigliosa città. Milano è per self-made men. Ambizione, visione futurista, determinazione e consapevolezza dei propri strumenti sono ciò che guidano chi vive qui. Me ne sono reso conto anche nei 6 mesi di lavoro che ho trascorso a Roma: sfruttando il network di Accor, mi feci trasferire al Mercure Hotel di piazza Bologna. Lì l’attitudine al lavoro è completamente diversa e dopo l’esperienza milanese mi ritrovai come un pesce fuor d’acqua: gli altri mi davano del nordico. Io rispondevo che l’unica vera capitale è Milano. Così che sono arrivato a tatuarmelo, il mio amore per questa città: CITY OF MILANO. Comunque, crescere in Italia è stato per me un enorme privilegio, perché mi ha dato una seconda educazione, sommatasi a quella ricevuta dalla mia famiglia, più incentrata su forti valori tradizionali: così è stata forgiata la mia identità di cittadino. Gli italiani sono il popolo che più merita riconoscimento e gratitudine per la pazienza che hanno dimostrato e per tutto quello che hanno fatto e fanno ora nel supportare i cittadini immigrati ai fini di una migliore integrazione. Ultimamente, la precaria condizione politica ed economica ha creato tensione sociale: guardando alla dimensione nazionale i cittadini hanno ridotto la disponibiltà verso l’altro. Sono tempi difficili per chi approccia la terra italiana nel 2019.

Hai intenzione di fermarti a Milano e in Italia?

Per motivi personali, mi sto preparando al trasferimento negli Stati Uniti: mia moglie Ingrid vive lì e fa l’infermiera. Ma rimarrò sempre legato a Milano e a questo bellissimo paese, e farò in modo di mantenere questa connessione anche attraverso il mio lavoro.

Cosa manca a Milano?

Milano rappresenta l’Europa per l’Italia e l’Italia per l’Europa. Alla città aggiungerei più iniziative a livello internazionale, cosi da aumentarne la visibilità.

Quali iniziative dovrebbe intraprendere il comune per la tua comunità? Vi sentite rappresentati? Ne sentite il bisogno o vi piacerebbe esserlo?

La comunità albanese è presente e radicata sul territorio sin dagli anni ’90. È composta maggiormente da famiglie che hanno ormai trovato un equilibrio di vita, che possiedono case di proprietà e i cui figli studiano all’università: la vita ha in serbo tanta positività per queste persone. Posso dire che noi albanesi qui siamo stati civilizzati. Il Consolato Albanese a Milano è attivo a livello istituzionale, non culturale: persino all’EXPO, avevamo solo una camera. A Milano dovrebbe esserci un luogo d’incontro per la comunità albanese, magari che organizzi speech ed eventi vari: non credendo più nel loro Stato, gli albanesi pensano che non ci sia neanche più l’interesse, da parte di nessuno.

La tua comunità ha rapporti con le altre comunità? Vi sentite milanesi?

Oggi gli albanesi hanno una finestra, la seconda generazione, a cui la prima ha pagato gli studi, fino all’università: ma la condizione mentale difficilmente si eleverà, forse servirà una terza generazione per integrarsi definitivamente. Le sensibilità sono diverse, ma stanno cambiando: gli albanesi pensano solo ai soldi, quindi la tua istruzione deve convergere unicamente in quella direzione. Qui in Italia entrano in gioco altri elementi, come la vocazione.

Conosci l’iniziativa di Milano Città Stato? Pensi possa migliorare la vita della sua comunità?

Sono un fan del magazine e mi piace l’iniziativa. In alcuni settori si può dire che Milano giochi già il ruolo di coordinatrice, dimostrando esiti positivi. L’amministrazione e la gestione autonoma delle risorse sarebbero istanze molto utili, che andrebbero a confermare lo spirito self-made della città.

Esistono iniziative simili in Albania?

L’Albania è un paese in via di sviluppo e sta attirando l’attenzione di altri stati che sono interessati a supportare e velocizzare questo processo. La ridotta dimensione del paese e la quasi inesistente formazione sociopolitica delle persone rallentano un po’ la circolazione e la concretizzazione di idee nuove. Sarebbero necessarie iniziative nazionaliste per informare e sensibilzzare i cittadini: la fiducia nelle istituzioni va totalmente ricostruita.

Un’opera artistica in particolare che ti lega a Milano?

Penso a Jack Vettriano, uno dei miei artisti preferiti in assoluto. The Look of Love? è un’opera che a mio avviso rappresenta Milano, quella Milano che ti corteggia, quella Milano di cui mi sono follemente innamorato.

 

Le Interviste Mondiali è un progetto curato da Andrea Urbano e Hari De Miranda.
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1 COMMENTO

  1. Albi Hoxa…un amico, un professionista, una persona seria e di cui ci si può fidare dal primo momento..dinamica e concreta..con lui la famosa frase di un film “si può fare” , diventa un concetto reale! In bocca al lupo Albi..sei destinato a realizzare ogni tuo sogno..continua così.

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