Se la POLITICA funzionasse come le STARTUP

Chi governa continua a fare le stesse cose di sempre: distribuire potere e risorse ai propri amici, fare maquillage dei conti pubblici, iniziare mezze riforme che aumentano il malcontento. È facile sentirsi sopraffatti, abbandonare il campo e dedicarsi ai propri affari. Succede che questo abbandono della res publica possa portarci a una illuminazione: perché non trasformare la politica in una startup?

Chi governa continua a fare le stesse cose di sempre: distribuire potere e risorse ai propri amici, fare maquillage dei conti pubblici, iniziare mezze riforme che aumentano il malcontento. È facile sentirsi sopraffatti, abbandonare il campo e dedicarsi ai propri affari. Purtroppo, succede che questo abbandono della res publica possa portarci a una illuminazione: perché non trasformare la politica in una startup?

Se la POLITICA funzionasse come le STARTUP

# La politica italiana mantiene un sistema corrotto e scarsamente competitivo. La soluzione? Fare bootstrappping

Certamente il nostro Stato spende in modo assolutamente sbilanciato le nostre tasse: più di 100 miliardi per ripianare il deficit dell’INPS tra pensioni e contributi, 115 miliardi per la sanità. Le priorità a Roma paiono altre, rispetto a quanto richiesto per rilanciare l’Italia. Poi abbiamo un elevato debito pubblico, che ci obbliga a un avanzo primario da parecchi anni. Inoltre, soprattutto nella destra nazionalpopolare, è in voga prendersela con l’Europa, che ci impone stringenti vincoli di bilancio e non ci consente di spendere i nostri stessi soldi.

Nel campo riformista si è soliti imputare gli scarsi risultati raggiunti utilizzando variazioni sul tema dei poteri contrapposti, dei ricatti dei partitini, delle consorterie e della sindrome NIMBY. Siamo così bombardati da questi concetti che alla fine li facciamo nostri, decidiamo di parteggiare per i poveri riformisti incompresi oppure per la becera destra sovranista, e passiamo il nostro tempo a litigare sui social network dando la colpa a chi non la pensa come noi. Nel frattempo, chi governa continua a fare le stesse cose di sempre: distribuire potere e risorse ai propri amici, fare maquillage dei conti pubblici, iniziare mezze riforme che aumentano il malcontento. È facile sentirsi sopraffatti, abbandonare il campo e dedicarsi ai propri affari, sperando che possano germinare, dato l’ambiente inefficiente, corrotto e scarsamente competitivo. Purtroppo, succede che questo abbandono della res publica possa portarci a una illuminazione.

Negli ultimi mesi ho seguito da vicino la nascita di alcune startup, offrendo consigli assolutamente pro bono, per l’interesse di conoscere le innovazioni più promettenti nell’ambito del fintech. Ho avuto modo di vedere realizzati bei siti, contenuti brillanti, software avanzati, con risorse davvero scarse; nel gergo, si parla di bootstrapping, termine che letteralmente significa tirarsi su per gli stivali, come fece il barone di Münchhausen in un racconto leggendario, e che definisce con efficacia le prime fasi di (auto) finanziamento di una startup quando ancora non si hanno risultati da promettere agli investitori.

# Cosa significa fare startup nel 2020?

Fare startup nel 2020 significa poter usufruire di una cassetta degli attrezzi ampia e gratuita che consente di produrre ottimi siti, video promozionali, business plan; centinaia di progetti open source consentono di non partire da zero, a patto che si disponga di un minimo di competenze informatiche o della voglia di crearsele.

La comunità degli startupper è abbastanza aperta alla condivisione, perché in fondo si soffre tutti degli stessi problemi: è facile quindi chiedere informazioni e consigli per non ripetere errori e risparmiare tempo. Nell’animo dello startupper si iscrivono rapidamente i concetti di project management agile, di approccio lean, di MVP (non Michael Jordan, ma il minimum viable product): sono modi gentili per dire un concetto caro nella nostra infanzia, se vuoi imparare a nuotare, tuffati! Non è un modo di fare alla portata di tutti. Servono molto coraggio, fiducia in se stessi, e molta capacità di apprendere. Non tutti hanno successo, non tutti finiscono su Forbes, ma è difficile non rimanere affascinati dalla passione e dalla rapidità di pensiero del piccolo mondo delle startup italiane, capaci di fare nozze con i fichi secchi, e di divertirsi pure.

# La classe politica italiana si accontenta di campare

Trasformiamo l’amministrazione pubblica in una startup? No, non è mia intenzione fare proposte così ambiziose. Però… ho come l’impressione che se mandassimo al governo persone davvero in gamba, con esperienze di alto livello e un network di eccellenza, sarebbero in grado di produrre idee nuove, efficaci, impattanti. Senza la necessità di enormi risorse, ma attivando meccanismi di selezione trasparenti con obiettivi chiari: gare internazionali, vincoli di sostenibilità ambientale stringenti. Con l’umiltà di imitare quelli più bravi, di contattarli, di scambiare apertamente dati, dubbi, soluzioni.

Lavorerebbero per la cosa pubblica, senza farsi probabilmente troppi amici, perché ogni nuovo intervento sarebbe aperto a tutti, ai migliori offerenti, perché nessuna posizione sarebbe garantita stabilmente. Ho voluto portare questo confronto per fare emergere un punto di partenza solido per capire come cambiare: il problema della nostra classe politica sta tutto nella sua mediocrità – o scarsità del capitale umano, direbbe un economista.

Tale mediocrità va dettagliata, altrimenti pare una banalità. La classe politica italiana si accontenta di campare, perché la mediocrità alberga in tanti settori del Belpaese, tra cui i mass media, ben felici di non svegliare dal torpore gli scarsi amministratori di condominio che governano, e di cavalcare la polarizzazione delle posizioni espresse nella mia premessa. È un atteggiamento a rischio zero, difficile portare argomenti dirimenti quando la battaglia è tra il bene e il male, un modus vivendi che non richiede da parte dei giornalisti grandi competenze: perché imparare a leggere un bilancio, capire qualcosa di macroeconomia e geopolitica, quando basta riportare le dichiarazioni di Salvini e criticare le sue prese di posizione ridicolmente estreme?

# La mediocrità dei politici è il frutto dell’abbandono della parte più produttiva del Paese

La mediocrità dei politici è il frutto dell’abbandono della parte più produttiva del Paese, che non ha tempo di entrare nell’agone, ma anche dell’egemonia culturale di una parte della sinistra che vede le startup come autosfruttamento figlio del tardo capitalismo, che scrive, ancora oggi, articoli a difesa del Liceo Classico ed è pronta a mobilitare tutto il proprio serbatoio retorico per mettere in discussione la scienza (“biopotere”, “scientismo”, “neopositivismo”, “tecnocapitalismo” vanno per la maggiore). Una sinistra che invoca l’intervento pubblico senza prima fissare dei soliti paletti, perché lo stato, soprattutto in Italia, ha coinciso più con assistenzialismo che con sviluppo, e ha creato una vasta clientela di persone e aziende che vivono solo di fondi pubblici e bandi inutili.

La mediocrità dei politici è, infine, il risultato ovvio di chi non ha mai lavorato davvero in vita sua, non ha mai gestito un progetto – ma nemmeno organizzato una partita di calcetto… Di chi si è abituato rapidamente a cercare consenso con promesse irrealizzabili, con grida verso nemici immaginari, sfruttando una cittadinanza che pure non brilla di capacità critica e cultura. La politica data driven è verosimilmente un sogno di pochi accademici, ma vivere nell’inferno del data hidden in cui siamo condannati ha mostrato nella crisi del covid-19 tutta la sua letalità.

ANDREA DANIELLI

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Pubblicato da Milano Città Stato su Martedì 2 giugno 2020

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