L’Europa ci offre soldi in cambio di riforme? Le TRE RIFORME che dovremmo fare (per noi, non per l’Europa)

Soldi in cambio di riforme? Qual è il problema? Ci possiamo guadagnare due volte: per i soldi e perchè possiamo apportare quelle riforme strutturali necessarie al Paese ma che i governi non hanno avuto il coraggio di fare. Partendo da queste tre

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“I paesi che chiedono i prestiti, facciano le riforme”. Austria, Olanda, Danimarca e Svezia si schierano contro il recovery fund proposto da Germania e Francia: vogliono fondi strettamente vincolati a un piano di riforme.  

A questa proposta si è alzata una levata di scudi da parte delle forze politiche italiane che esigono finanziamenti a fondo perduto senza alcuna condizione. Eppure qualche ragione i paesi a nord delle Alpi potrebbero anche averla: le finanze pubbliche di paesi come l’Italia erano in condizioni disastrose già da prima dell’emergenza coronavirus e il rischio che i nuovi fondi aggravino la situazione finanziaria del Paese, alimentando spese assistenzialiste o inefficienti, dobbiamo ammettere che è reale. 


Ma c’è anche un altro aspetto in quello che loro chiedono. E’ il nostro interesse: siamo così convinti che riformare l’Italia sia un problema? O, al contrario, potrebbe essere invece questa l’occasione di fare quelle riforme necessarie per rilanciare l’Italia, che i governi del passato non hanno mai avuto il coraggio di fare? 

L’Europa ci offre soldi in cambio di riforme? Le TRE RIFORME che dovremmo fare (per noi, non per l’Europa)

Soldi in cambio di riforme? Qual è il problema? Ci possiamo guadagnare due volte: per i soldi e perchè possiamo apportare quelle riforme strutturali necessarie al Paese ma che i governi non hanno avuto il coraggio di fare. Partendo da queste tre: 

#1 Semplificazione fiscale

Posso portare il mio esempio. Per diversi anni ho vissuto in Germania dove ho aperto un’agenzia di comunicazione, fotocopia di quella che avevo in Italia. Alla fine dell’anno in quella italiana non sapevo quanto avrei dovuto pagare e c’era una grande differenza tra quello che il fisco pensava che avessi guadagnato e quello che mi ritrovavo in banca.

In Germania invece tu paghi le tasse su quello che hai sul conto corrente, su soldi veri non fittizi. Questo perchè in Germania, come in altri paesi, l’imponibile è costituito da quello che hai incassato non da quello che hai fatturato, che potresti pertanto non incassare mai. Inoltre le spese sono scaricate al 100%, non come in Italia che esistono parametri cervellotici. Ultimo esempio: se sei in credito con l’Iva alla fine di ogni mese lo Stato ti accredita sul conto corrente l’importo dell’Iva che ti deve. Senza attendere compensazioni future.



Il risultato di questo sistema era che il commercialista lo vedevo una sola volta all’anno, il primo gennaio di ogni anno sapevo esattamente quello che avrei versato in tasse dal conto corrente, non c’era lo stress degli anticipi su guadagni ipotetici e alla fine, la percentuale di tasse si applicava su guadagni reali, non presunti. La domanda: perchè non prendiamo ad esempio i paesi che funzionano, come la Germania, dove le imprese sono più libere senza penalizzare i servizi pubblici che, anzi, sono di standard molto alto? E qui si passa alla seconda riforma.

#2 Pubblica amministrazione

Altro esempio personale. Circa un anno dopo aver aperto l’attività in Germania ho ricevuto la telefonata della “finanza” tedesca che ha preso un appuntamento presso la mia agenzia per un controllo fiscale. Potete immaginare la mia reazione, imprenditore in un paese straniero, a malapena conoscevo il tedesco, temevo di aver fatto errori che mi sarebbero stati fatali. Dopo alcuni giorni si è presentata una signora molto distinta, in abiti borghesi, che con modi gentili si è accomodata nel mio ufficio. Ha chiesto carte e documenti che ha analizzato, segnando ogni tanto qualcosa con una matita. Mentre lavorava io e i miei collaboratori abbiamo proseguito come se niente fosse, anche se io con una certa ansia. Il controllo è durato tre giorni e alla fine la signora aveva diviso i documenti in due pile: da una parte c’erano quelli in regola, dall’altra quelli con dei problemi. Purtroppo la seconda pila era molto più alta e già mi vedevo in fuga in direzione Brennero.

Mi ha mostrato uno ad uno gli errori fatti, spesso opera dei fornitori, e alla fine ho chiesto: quanto devo pagare di multa? Niente, mi ha risposto. Mi ha spiegato che il controllo lo Stato tedesco lo fa per aiutare le aziende a non fare errori, non per punirle. E’ nell’interesse dello Stato che le cose siano fatte in regola, ha concluso, visto che lo Stato è socio di tutte le aziende della Germania. Questo è solo un esempio di un approccio diverso in Germania e in altri paesi del nord: da loro la pubblica amministrazione e la burocrazia sono al servizio dei cittadini e delle imprese. Da noi sono più orientate al controllo e su una sfiducia preventiva.

Siamo sicuri che introdurre anche nella nostra PA un orientamento al cittadino e non contro il cittadino sarebbe così dannoso? A chi può obiettare che funziona con i tedeschi ma non con l’Italia, posso rispondere che in Germania ci sono quasi un milione di italiani e non mi risulta che si approfittino del sistema tedesco come di un albero della cuccagna. 

#3 Architettura dello Stato 

Per secoli l’Italia ha fatto parte del Sacro Romano Impero, un modello di organizzazione federale che lasciava la massima autonomia ai territori. Un’autonomia così grande che i comuni e i territori italiani che facevano parte del Sacro Romano Impero noi li consideriamo nella nostra storia come indipendenti, ma se si va in Germania vengono invece studiati come parte del Reich, dell’impero germanico. Gli altri paesi che facevano parte del Sacro Romano Impero hanno proseguito nella tradizione autonomista, mentre l’Italia ha scelto un’architettura centralista, effetto dell’amministrazione sabauda da sempre influenzata dalla Francia. Un centralismo che da sempre si è scontrato con la straordinaria diversità che costituisce il tratto distintivo del nostro Paese.

Eppure i vantaggi del decentramento e di una reale autonomia locale non era ignoto ai padri costituenti, che nell’articolo 5 della Costituzione avevano prescritto che la Repubblica “attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo” e “adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento“. La Svizzera, ad esempio, modello di decentramento amministrativo esemplare, assegna a comuni e cantoni i massimi poteri, mentre lascia al governo federale solo poteri residui di coordinamento. Per capirci, la Svizzera ha meno abitanti della Regione Lombardia ma è suddivisa in 26 cantoni autonomi. E funziona benissimo. Per una ragione elementare: più un governo è vicino ai cittadini e più è capaci di rispondere alle specifiche esigenze dei suoi cittadini, con tempestività e trasparenza. Se invece è lontano, aumentano le inefficienze e le zone d’ombra dove prolifera la corruzione.

Una riforma coraggiosa dovrebbe ripartire proprio da questo: dalla constatazione del fallimento di un modello centralista e l’adozione di un sistema di autonomie locali, così come avviene in Germania, in Svizzera e nei tanti stati federali in Europa e fuori. Questo sarebbe il fondamento per un rilancio del Paese, attraverso l’introduzione di un sistema più responsabile e trasparente di gestione delle risorse e di valorizzazione delle eccellenze locali. 

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Queste potrebbero essere le prime tre riforme da fare, ma ce ne sono tante altre, come una seria riforma della giustizia, del welfare o del mercato del lavoro. Quello che chiedono i Paesi europei non è uno scandalo e accettare soldi in cambio di riforme strutturali non sarebbe un gesto di sottomissione, al contrario. Sarebbe un atto di reciprocità e di dignità che farebbe guadagnare tutti. Perchè un’Italia che funziona meglio sarebbe un vantaggio soprattutto per gli italiani, anche se a chiedercelo è l’Europa dal cuore di pietra. 

ANDREA ZOPPOLATO 

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