Milano CITTA’ FARO senza stato

Molti problemi di Milano sono nazionali e per gestirli occorre un pensiero collettivo e sociale di un certo tipo, cosa su cui Milano può agire localmente e poi estenderlo al resto d’Italia ma non il contrario. Può farlo solo Milano: ma per farlo Milano deve mettersi in discussione e cambiare.

Queste sono le mie proposte su:

Come Milano e i milanesi potrebbero cambiare per diventare un faro per il Paese

#1 Cessare di fare paragoni con le altre città

Il paragone è spesso sintomo di un complesso d’inferiorità. Chi è grande e sa di essere grande non si paragona con ciò che è molto più piccolo anche se questi gli crea un problema. Lo supererà tanto: come fanno i grandi.

#2 Ritrovare la pazienza di ascoltare

Si evince da come parlano le persone in tono sovente accusativo. Si usa spesso la seconda persona singolare o plurale laddove l’umiltà imporrebbe di usare la prima. Tacere ed ascoltare, in sostanza, mettendosi da parte. Esercitarsi ascoltando persone parlare stando zitti finché non si sente più l’ansia di dover rispondere.

#3 Cessare di competere per ottenere una posizione migliore ed aiutare chi è in difficoltà, senza interesse personale

Chi è grande cresce supportando il prossimo non distaccandosene. Aiutare senza il minimo tornaconto personale è un atto da poter compiere come rimedio a questo. Il grande aiuta senza aspettarsi qualcosa indietro né si lamenta se non ottiene quanto si aspettava.

#4 Ritrovare una dimensione empatica e simpatica

La politica intesa in senso buono come la capacità di saper dialogare e di saper raggiungere un buon compromesso è una qualità: bisogna opporsi a una politica priva di potere reale e fatta di frasi ad effetto e slogan per idioti, opporsi disperatamente, con tutte le proprie forze.

#5 Capire che è meglio migliorare tutti che vincere da soli

All’atto pratico cominciare a fregarsene di arrivare primi da soli e puntare invece ad arrivare meglio, tutti.

#6 Cominciare a chiedersi cosa si può imparare dagli altri (inclusa Roma ed i romani)

Da come Sono, gli altri, non solo da cosa Fanno.

#7 Rifiutare l’idea di città Stato finché non si risolve il problema dello sbilanciamento politico economico e sociale del Paese

E’ inutile potenziare i muscoli delle braccia se il resto del corpo resta debole. La città Stato è tale quando viene riconosciuta spontaneamente dagli altri non quando ci si titola da sola.

#8 Mescolare la propria popolazione ed i propri ceti sociali

Far parlare gli operai con i dirigenti, mettere gli intellettuali a disposizione di chi ha poca cultura, far dialogare gli intolleranti ed i prepotenti con persone accoglienti e tolleranti, i civili con gli incivili. Bisogna in definitiva creare spazi di pensiero nei parchi pubblici e nelle piazze dove le persone possano dialogare. Questo è un preciso dovere civico da svolgere.

#9 Restituire maggiori opportunità agli italiani

Privando così la città di cibo di bassa qualità quali McDonald, Burger King, All You Can Eat a basso costo, tutte importazioni estere che contribuiscono alle sottoculture che vediamo in giro. Faccio un esempio personale: trovo difficoltà a mangiare un supplì a Milano ma trovo ovunque sushi e carne industriale. Questo non è possibile quando la tua Capitale si trova a 600 km e tutto il resto dall’altra parte del mondo. Agire in questa direzione con precise regole comunali che favoriscono la tassazione di ciò che a Milano scarseggia ma è tipico italiano o quantomeno culturalmente tipico (se è per questo si trovano a fatica anche baguette, pudding ed altre specialità particolari estere ma c’è sempre alta facilità nel trovare porcherie). Fare questo è inoltre indirettamente ecologico, inquina meno fare un supplì con i prodotti a disposizione che importare sushi dall’altra parte del mondo ammesso che sia sushi, altrimenti stiamo mangiando soltanto salmone norvegese arrotolato.

#10 Riappropriarsi della propria lingua

Spingere la correzione delle locandine in lingua italiana e ridurre la terminologia inglese. “Cool” “Top” “Leader” “Show” “Pass” “Brunch” sono parole che hanno il loro corrispettivo italiano. Siamo in Italia. L’inglese si impara ma quel che si parla è l’italiano. E’ un dovere civico sostenere l’italiano, in Italia.

Va cambiata la rotta

Mi si può obiettare “ma ognuno è padrone del proprio destino, non possiamo imporre agli altri di darsi da fare” ma a quel punto diventare città Stato in uno stato che è fallimentare non sarebbe più un punto di forza e calcisticamente parlando sarebbe come essere il San Marino in Champions: l’unica squadra della nazione a competervi ma di una nazione calcisticamente incapace di confrontarsi ad un certo livello. Se Milano reputa di avere un ruolo guida serio in questo paese deve assumersi l’onere di redistribuirlo al resto d’Italia con umiltà altrimenti lasci fare a chi storicamente già se n’è occupato: Roma, Firenze, Napoli, Torino, Venezia. Se davvero si crede grande deve cessare immediatamente di credere a tutte quelle boiate del tipo “la qualità della vita è migliore a Milano”, buone solo per l’inutile masturbazione dell’ego smisurato del provincialotto di turno oltre che false: la qualità della vita comprende troppi elementi per poter credere che un lettore medio caschi nella trappola del solito tendenzioso servizio giornalistico. Il discorso è molto più semplice: “Sei felice di ciò che sei e ciò che hai?” – questa è la domanda chiave. Milano ha l’onere di chiedere agli italiani se sono felici e, se non lo sono, di rimediare e recuperarli, come talentuose risorse indipendentemente dall’età anziché ghettizzarle altrove.

In definitiva va cambiata la rotta e per farlo vanno cambiate le parole ed i linguaggi, la cultura intesa come complesso dei pensieri e degli atti delle persone di qualsiasi strato sociale viventi in Italia.

DAVIDE TODINI

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