La mossa del DRAGONE: le 7 azioni chiave con cui la CINA ha debellato il Coronavirus

I 7 fattori chiave che hanno permesso alla Cina di vincere la battaglia contro il coronavirus

Pechino - Ottobre 2020 (@lasocial_china)

La prima a esserne colpita, la prima ad averlo fatto fuori, ormai da diversi mesi. Questi sono i 7 fattori chiave che hanno permesso alla Cina di vincere la battaglia contro il coronavirus e tornare alla normalità.

La mossa del DRAGONE: le 7 azioni chiave con cui la CINA ha debellato il Coronavirus

Mentre l’Europa affronta con fatica la seconda ondata della covid-19, in Cina la vita sembra essere tornata alla normalità: non vengono registrati contagi da mesi e piano piano hanno ripreso anche gli eventi che prevedono assembramenti al chiuso, dalle serate in discoteca alle partite nei palazzetti con il pubblico. La ripresa della Cina è stata particolarmente evidente durante la Golden Week, una delle più grandi festività cinesi, che si è svolta dal 1 al 7 ottobre e che ha visto 637 milioni di persone viaggiare attraverso il paese senza alcun aumento dei casi. Un’inversione sorprendente rispetto alla situazione di gennaio e febbraio, quando la Cina sembrava essere nel caos più completo mentre il resto del mondo restava a guardare attonito. In molti si chiedono se il gigante asiatico stia occultando qualcosa, ma è indubbio che il governo e i cittadini cinesi si sono mossi meglio e molto più velocemente rispetto alle nazioni occidentali, riuscendo così ad arginare tempestivamente la diffusione del virus. Vediamo quindi quali sono stati le 7 mosse chiave che hanno permesso alla Cina di azzerare i contagi e ritrovare una nuova normalità.


#1 Test tempestivi e di massa 

Uno dei principali fattori di successo della Cina è stata la capacità di fare test a tappeto, rapidamente e senza alcuna eccezione. Dopo la scoperta dei primi casi a fine gennaio 2020, la città di Wuhan è stata rapidamente isolata e tutti i residenti sono stati testati. Inoltre chi risultava positivo veniva mandato in centri di isolamento di nuova creazione, riducendo cosi il rischio di infettare i conviventi. Con l’allentamento delle misure restrittive, la Cina ha mantenuto alta la guardia ed è stata pronta a testare un’intera città al primo segnale di minaccia. A maggio, dopo la registrazione di un caso infetto in città e un’altra decina nella provincia, Wuhan ha subito testato i suoi 11 milioni di residenti in un periodo di 10 giorni. Stessa cosa per la città di Qingdao, che il 9 ottobre ha annunciato che avrebbe testato tutti i 9 milioni di residenti in un blitz di cinque giorni dopo aver identificato 12 nuovi casi legati a un ospedale locale. Risultato? 3 milioni di test al giorno per un totale di 10,5 milioni di test che hanno permesso di spegnere sul nascere il nuovo focolaio. La velocità di reazione è un elemento chiave nella lotta al Coronovarius e la Cina, dopo la fase di sbandamento iniziale, ha imparato la lezione e ha sviluppato una strategia basata sul rilevamento rapido e precoce dei casi che consente un’azione tempestiva ed efficace.

#2 Pooling dei tamponi

Ma come hanno fatto in Cina a raggiungere un volume di 3 milione di test al giorno? Uno dei metodi più efficaci per aumentare velocemente i volumi di test e utilizzato proprio per la prima volta in Cina consiste nel processare i tamponi in gruppo e ripeterli solo in caso di positività. In pratica si tratta di mettere assieme i campioni di più persone e analizzarli in una volta sola, se si ottiene un risultato negativo, possiamo escludere la presenza del virus in tutti i soggetti testati. Se invece si ottiene un risultato positivo, è necessario ripetere l’esame per ogni singolo campione. Questo metodo non funziona se la prevalenza della malattia è alta ma funziona benissimo in caso di bassa prevalenza e quindi si presta proprio a fare test di massa sulla popolazione non appena viene identificato un focolaio.

#3 Costruzione di ospedali da campo per isolare i sintomatici non gravi

Fin da subito la Cina ha capito la necessità di isolare chi risultava positivo al test per impedire che i contagi si diffondessero in famiglia, come sta invece ancora succedendo in Italia. Utilizzando dei moduli prefabbricati, la Cina è riuscita in pochissimi giorni a costruire tre nuovi ospedali da 1000-1300 posti letto, i cosiddetti Fangcang hospitals o ospedali da campo, destinati all’isolamento dei positivi. In seguito anche altri edifici come stadi, centri sportivi e fiere sono stati riconvertiti in ospedali da campo per poter accogliere e ospitare i sintomatici non gravi. Non è certo la prima volta che la Cina produce rapidamente ospedali dedicati alla gestione dei focolai. Già durante l’epidemia di SARS del 2002-2003, Pechino aveva costruito un ospedale in sette giorni con 7.000 persone che lavoravano giorno e notte e forse proprio l’esperienza accumulata durante la gestione di questa epidemia ha consentito alla Cina di adottare più velocemente ed efficacemente le misure necessarie per contenere il coronavirus.



#4 Riconversione di ospedali preesistenti in ospedali COVID per evitare focolai negli ospedali

Invece di avere dei posti letti in isolamento all’interno di ciascun ospedale, la Cina ha preferito riconvertire interi ospedali e dedicarli al solo trattamento dei casi seri, isolando cosi i pazienti COVID dai malati “ordinari”. In questo modo la Cina è riuscita a evitare la formazione di focolai all’interno degli ospedali, che proprio per l’alta percentuale di persone vulnerabili al virus rappresentano un potente veicolo di diffusione del virus.

#5 Apertura “cliniche per la febbre” per evitare la ressa nei pronto soccorso

Per facilitare la diagnosi ed evitare che le persone prendessero d’assalto gli ospedali contribuendo alla diffusione del virus, in Cina sono stati istituiti quattordici mila punti di controllo della salute e della temperatura nei principali snodi di trasporto del paese. I casi sospetti di COVID-19 venivano quindi inviati in queste strutture, chiamate “cliniche per la febbre”, predisposte per la misurazione della temperatura. Qui venivano anche discussi i sintomi e la storia clinica dei casi sospetti e, se necessario, si poteva effettuare una TAC toracica per individuare l’eventuale presenza di anomalie polmonari. Anche questo tipo di strutture erano già state utilizzate per fronteggiare l’epidemia di SARS del 2002.

#6 Spostamento visite online

Fin dall’inizio dell’epidemia, gli interventi chirurgici elettivi e altre visite mediche non critiche sono stati rimandate e molti servizi medici sono stati spostati on-line.  Secondo alcune stime, circa il 50% delle consultazioni mediche è stato spostato online per poter mantenere attivi i servizi sanitari regolari.

#7 Quarantena per chiunque arrivi dall’estero

Dopo aver arginato il contagio al suo interno, le misure della Cina si sono concentrate sull’impedire l’importazione di nuovi casi dall’estero. Da quando la Cina ha riaperto i confini a luglio, è infatti obbligatorio per chiunque si rechi nel Paese non solo effettuare il test ma stare in isolamento e fare una quarantena di 14 giorni. Scelte drastiche, radicali e rapide hanno permesso alla Cina di fermare velocemente la diffusione del coronavirus, mentre gli Stati Europei con i loro interventi intempestivi, inadeguati e poco incisivi, hanno mostrato una povera gestione della pandemia e hanno ancora molto strada da fare per riuscire a contenerla, o quantomeno a controllarla.

Continua la lettura con L’eccezione tedesca: le 5 mosse che hanno consentito di gestire l’emergenza Covid

LAURA COSTANTIN

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