🔴 CHI SONO i nuovi MALATI Covid: più giovani, meno gravi, contagiati IN FAMIGLIA. “Non risultano contagi legati alla riapertura”

L'ultimo rapporto sui contagi e le testimonianze dei medici in prima linea: "In gran parte dovrebbero essere contagi di origine famigliare contratti, finora, durante il lockdown" e "Ci sono ancora focolai nelle case di cura"

Credits: iene.ediaset.it - Mascherine in piazza duomo

L’ultimo rapporto sui malati Covid chiarisce ancora di più come sta evolvendo la malattia in Italia. I dati sembrano confermare le previsioni più ottimistiche legate alla riapertura. Secondo il rapporto la stragrande parte di nuovi positivi sarebbero in realtà nuove diagnosi di pazienti contagiati settimane prima.  Cambia anche il profilo anagrafico dei malati: i nuovi positivi sarebbero in maggioranza pazienti più giovani, con sintomi meno gravi e che hanno contratto il virus in famiglia. Altro dato interessante: non risulterebbero contagi determinati dalle politiche di riapertura. Ma procediamo con ordine.

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🔴 CHI SONO i nuovi MALATI Covid: più giovani, meno gravi, contagiati IN FAMIGLIA. “Non risultano contagi legati alla riapertura”

# Si tratta di contagiati vecchi di settimane

Soprattutto in Lombardia si registrano ancora centinaia di casi giornalieri, eppure solo una piccola parte dovrebbero essere considerate esattamente “nuove infezioni”, ma si tratterebbero per lo più di nuove diagnosi. Tracciando un identikit delle segnalazioni, scopriamo che i nuovi contagi sono rarissimi, come spiega Matteo Bassetti primario della clinica di Malattie infettive ligure: “Al San Martino di Genova non arrivano praticamente più casi “freschi” da dieci giorni. Abbiamo avuto un cluster in una Rsa dove abbiamo ricoverato cinque nonnine che sono già tutte uscite. Una sola aveva un quadro più impegnativo, ma niente a che vedere con quello che c’era a marzo. Ci sono tanti soggetti che definiamo “grigi”, arrivano con sintomi respiratori e rimangono per un paio di giorni. Le posso dire che su una trentina di soggetti, negli ultimi 15 giorni neanche uno era Covid“.

Le stesse informazioni arrivano da Milano dove Sergio Harari, pneumologo all’Ospedale San Giuseppe MultiMedica conferma che: “Anche da noi nessun ricovero per Covid nelle ultime due settimane. In realtà non ci sono casi ospedalieri“. Rilancia anche Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano: “Noi non ricoveriamo un paziente in terapia intensiva dal 16 aprile“.

# L’identikit dei malati: più giovani, meno gravi e contagiati in famiglia

Quali sono le caratteristiche dei nuovi contagi:



  • I malati sono più giovani e meno gravi: a dirlo è Patrizio Pezzotti, l’epidemiologo che coordina i report, esperto di Modelli matematici e Biostatistica all’Istituto superiore di Sanità (Iss), che osserva una diminuzione dell’età media: “Sono persone più giovani di quelle che vedevamo prima, 55 anni rispetto a 60 anni di media. Essendoci meno infezioni, le capacità del sistema di fare diagnosi sulle persone meno sintomatiche è aumentata“. Anche Massimo Galli conferma “sono pazienti un po’ più giovani con caratteristiche di minore gravità. C’è ancora qualche polmonite di una certa entità in persone avanti con gli anni, ma sono infezioni vecchie“. Alberto Zangrillo: “È un dato di fatto fuori di ogni dubbio che le persone che adesso ricoveriamo, innanzitutto sono poche e poi stanno meglio”. Bassetti supporta questi dati: “Non credo sia solo una questione statistica: i quadri devastanti che abbiamo visto nella prima fase non li vediamo più da un mese, un mese e mezzo“.
  • I contagi avvengono in famiglia. L’Ats di Milano, diretta da Vittorio Demicheli, sui nuovi casi fa una distinzione precisa: “Nella settimana all’inizio di giugno circa il 5% dei casi sono venuti dalle Rsa, il 3% dagli operatori sanitari, il 10% dai test sierologici positivi e l’82% sono “civili”, categoria generica che esclude le altre. Nessuno può dire dove si sono contagiati i nuovi infetti. In gran parte, però, dovrebbero essere contagi di origine famigliare contratti, finora, durante il lockdown“. L’Istituto Superiore di Sanità conferma che: “I cluster familiari sono quelli che vediamo più facilmente perché identifichiamo e tamponiamo tutti i membri della famiglia. La Lombardia ha molti più focolai di questo tipo rispetto ad altre regioni. Poi, continuiamo a vedere casi tra gli operatori sanitari, ma non si tratta di un aumento delle infezioni, bensì di un maggiore controllo. Ci sono ancora focolai, infine, nelle case di cura“.

# Non ci sono segnali di contagi legati alle riaperture

Sempre Pezzotti l’epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità sottolinea come non ci siano segnali preoccupanti dopo le riaperture: “Non ci sono evidenze per ora, ma siamo cauti, perché non avere segnali non vuol dire che non ci siano infezioni. Se ci fossero focolai tra i giovani, sarebbero casi asintomatici e se infettassero i loro cari lo sapremmo tra 2-3 settimane. Al momento da ambiti lavorativi non abbiamo casi: sono convinto che le aziende stiano rispettando le regole, c’è più rilassatezza di comportamenti nel tempo libero”. Galli dell’Ospedale Sacco pone l’attenzione sul fatto che il lockdown possa avere amplificato i contagi, invece che ridurli: “Qui a Milano i contagi arrivano da casa: si sono ammalati prima della chiusura o, in casa loro, durante la chiusura. Le nuove diagnosi sono semplicemente persone che finalmente sono riuscite a farsi un tampone. Per molti ha richiesto parecchio tempo. Non è finita la malattia, abbiamo finito la prima ondata”.

Un quadro dunque positivo con pochi ambiti a rischio e che sembra escludere dalle nuove infezioni dalle attività rese libere dopo il lockdown. Il distanziamento sociale e le misure restrittive ancora in atto per tutte le attività potrebbero pertanto apparire ormai superate. 

Fonte: Corriere della Sera

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FABIO MARCOMIN

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Pubblicato da Milano Città Stato su Martedì 2 giugno 2020

 

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