Italy’s Karma: abbattiamo il debito pubblico e riprendiamoci il futuro

Ridurre il debito pubblico è un mantra che sento ripetere fin da quando ero ragazzo. Da allora il debito è sempre cresciuto e resta una minaccia sul futuro del nostro Paese. A causa del debito pubblico non c’è certezza del domani, con uno stato che sembra sempre sull’orlo del fallimento. Ma se il problema permane, quali potrebbero essere degli interventi risolutivi?

Il paradosso del debito pubblico italiano
Dal 1995 a oggi il debito pubblico in valori assoluti è praticamente raddoppiato passando da 1100 miliardi a oltre 2.200. Il paradosso è che l’incremento del debito corrisponde quasi esattamente agli interessi che si sono pagati. Se si prendono gli ultimi dieci anni la spesa per interessi è stata di 760 miliardi di euro e negli ultimi trent’anni oltre l’80% dei bilanci pubblici si sono conclusi con un avanzo primario (al netto degli interessi). Significa che se non ci fosse stato il debito pregresso con i suoi interessi, lo stato italiano avrebbe potuto distribuire dividendi ai cittadini. Questi dati servono per capire che il debito pubblico è un problema soprattutto per gli interessi che si devono pagare.

se non ci fosse stato il debito pregresso con i suoi interessi, lo stato italiano avrebbe potuto distribuire dividendi ai cittadini.

Una sola Europa, un solo debito?
La capacità dello stato di gestire il debito pubblico viene valutata da un rapporto: debito/PIL. Ci sono due modi per tenere sotto controllo questo rapporto: ridurre il debito o aumentare il PIL, che rappresenta la ricchezza prodotta dal paese. Il rapporto viene anche valutato pro capite: ogni persona che vive in Italia, bambini compresi, ha una quota di debito pubblico superiore ai 38.000 euro.
Una delle richieste più popolari tra i nostri governi è quella di mettere assieme i debiti nazionali, o almeno una parte di loro, in un unico debito europeo, in modo che si riduca l’impatto sui singoli paesi, soprattutto quelli più indebitati, come l’Italia e la Grecia. A supporto di questa tesi si mostra proprio il fatto che da vent’anni il nostro stato è virtuoso (avanzo primario) ma che è entrato in una spirale di maggiore indebitamento a causa degli interessi sul debito pregresso e della dinamica degli interessi composti (interessi sugli interessi). Quello che chiediamo all’Europa sarebbe questo: di aiutarci a uscire da questa spirale, alleviandoci la spesa per gli interessi, suddividendola tra tutti i paesi. A questa richiesta la Germania insieme ai paesi del Nord Europa hanno risposto in modo netto: ogni paese deve pagare i suoi debiti. C’è da dire che quello che non può fare lo stato, lo può fare il cittadino: per ridurre la propria quota di debito basta trasferirci in uno stato meno indebitato. 

quello che non può fare lo stato, lo può fare il singolo cittadino: per ridurre la propria quota di debito basta trasferirCi in uno stato meno indebitato.

Un freno agli interessi composti: il congelamento del debito
Un’altra soluzione ipotizzata è di congelare gli interessi per un certo periodo in modo che gli avanzi primari consentano gradualmente di ripagarli, senza così dover inseguire gli interessi composti che sono alla base della crescita di un debito. Questo è un metodo che viene spesso perseguito in situazioni debitorie critiche, ma nel caso italiano rischierebbe di fare perdere credibilità allo stato, oltre a possibili ricadute negative per l’effetto panico, come la fuga dei capitali all’estero.

Uscire dall’euro per uscire dal debito?
C’è chi sostiene che una soluzione possa essere uscire dall’euro. In questo modo il debito verrebbe conteggiato in lire che attraverso svalutazioni progressive potrebbe essere ridimensionato. Il problema è che il debito nazionale è garantito in euro anche se un paese dovesse abbandonare la moneta unica. Questo determina che avere una moneta più debole, quale sarebbe la lira, produrrebbe l’effetto opposto, ossia di aumentare il peso di un debito garantito in euro su una valuta locale svalutata.

Preghiamo nella crescita
La strada invece per ora più praticata è stata cercare di limitare la crescita del debito (con tasse, controllo della spesa pubblica e bassi interessi) puntando tutto sulla crescita: se infatti aumenta il PIL il rapporto debito/PIL si riduce. Anche se di fatto la politica economica dei nostri governi è stata più quella di confidare nella crescita senza peraltro adottare strategie strutturali per innescarla, come potrebbero essere quelle che favoriscano imprese e investimenti che sono gli unici fattori di crescita reale in un’economia di mercato.

Confidare nella crescita o nei bassi interessi è rischioso e costituisce uno dei principali fattori di incertezza sulla sostenibilità del nostro debito. Ciò che invece occorre fare per generare un circolo virtuoso è affrontare il mostro del debito direttamente, con un intervento strutturale che possa limitare al minimo le ricadute negative. Sulla base di questa premessa sono due gli interventi strutturali che potrebbero risolvere drasticamente il problema debito. 

Confidare nella crescita o nei bassi interessi è rischioso e costituisce uno dei principali fattori di incertezza sulla sostenibilità del nostro debito. Ciò che invece occorre fare per generare un circolo virtuoso è affrontare il mostro del debito direttamente, con un intervento strutturale che possa limitare al minimo le ricadute negative. 

#1 L’incremento e la valorizzazione degli asset dello stato

Quando si chiede un prestito i due fattori che vengono presi in considerazione sono il reddito e il patrimonio. Lo stato italiano per certi aspetti è un nobile squattrinato. Guadagna poco, rispetto ai suoi debiti, però può vantare un patrimonio straordinario se paragonato agli altri paesi. Di solito nel debito pubblico si guardano i risparmi dei privati, ma in questo caso c’è di più: l’immenso patrimonio tangibile e intangibile del nostro paese. Un patrimonio che ha però due problemi. Il primo è che frutta poco. Tutti i musei italiani messi assieme fatturano come il Louvre, le cui maggiori attrazioni sono tra l’altro opere di artisti italiani. Da tutte le spiagge date in concessione a privati lo stato incassa circa 100 milioni di euro, un’inezia nel bilancio dello stato. E questi sono solo due esempi di quanto poco lo stato incassa dai suoi beni. Il secondo problema è che gran parte della ricchezza del nostro paese non è messa a patrimonio. Solo prendendo le opere d’arte, il nostro paese ha oltre la metà delle opere d’arte storiche del pianeta ma la gran parte di queste non è contabilizzate. Basterebbe mettere alla luce questo immenso patrimonio, valorizzarlo e creare un fondo inalienabile per poter ricevere anticipi sui ricavi futuri (attraverso processi di securitization) e abbattere così il debito. 

#2 Rimborso volontario del debito pro capite

Nella storia è accaduto che i cittadini si facessero carico dei debiti dello stato. Spesso si trattava di prestiti forzosi che di fatto rappresentano una rapina dello stato ai cittadini e hanno effetti depressivi sull’economia. Una strada più efficace e responsabilizzante potrebbe essere quella di parlare chiaro ai cittadini, fare sapere loro che finché il debito rimane così elevato, pensioni, stipendi del settore pubblico, assistenza sociale, servizi di base sono a rischio. Senza contare la certezza che quel debito si trasformerà in più alte tasse. Per ridurre drasticamente questo pericolo si potrebbe chiedere ai cittadini di rimborsare tutto o una parte del debito pro capite che virtualmente hanno verso lo stato. In cambio di questo però lo stato si dovrebbe impegnare da un lato di ridurre ogni tipo di spesa improduttiva e dall’altro dovrebbe ripagare i cittadini che contribuiscono al calo del debito (e quindi degli interessi futuri) con agevolazioni varie, in termini di partecipazione alle scelte economiche dello stato o di vantaggi di altra natura. Basterebbe che ogni cittadino in media rimborsasse 15.000 euro per allineare lo stato italiano agli altri paesi. Ma per farlo occorre che lo stato sia credibile e che dia ai cittadini vantaggi materiali (ad esempio quote del fondo del patrimonio dello stato) e immateriali (come partecipazioni alle scelte economiche dello stato).
Due strade queste ultime che possono sembrare fantasiose ma che potrebbero rappresentare una soluzione a un problema che assilla l’Italia da quasi quarant’anni.