“Prima le fabbriche, poi le case, quindi le chiese”: dai friulani la ricetta per RICOSTRUIRE L’ITALIA

Maggio 1976. Un violento terremoto rade al suolo diversi paesi del Friuli. La situazione è drammatica ma il popolo friulano prende alcune decisioni, spesso impopolari o contrarie alla retorica, che porteranno a una ricostruzione straordinaria, unica nella storia d’Italia. 

Gli elementi che determinarono lo straordinario successo nella ricostruzione del Friuli furono tre:

#1 L’unione tra tutte le componenti della società

Dopo la tragedia un popolo tradizionalmente individualista si è compattato. Cittadini, imprenditori, politici, uomini di chiesa e forze dell’ordine si sono cementati in un corpo unico, non lasciando alcuno spazio alle lamentele o alle polemiche. Tutti a dare una mano e a prendersi la propria personale responsabilità della ricostruzione. 

#2 Potere ai sindaci (non allo Stato)

A differenza di altre zone colpite da catastrofi, i friulani decisero che tutto il potere di organizzare la ricostruzione dovesse ricadere a livello locale. Lo Stato poteva aiutare ma la responsabilità delle decisioni finali doveva venire presa dai sindaci. Il principio era semplice: i sindaci erano nella posizione migliore per capire come organizzare gli aiuti secondo le esigenze del territorio. Burocrazia e protezione civile sono state tenute fuori dalla porta del Friuli. 

#3 Prima le imprese, poi le famiglie, quindi le chiese

Questo fu il mantra della ricostruzione. Una linea strategica forte, contraria al pietismo o alla facile retorica. Una linea sposata per prima dagli stessi cittadini e dai preti che avevano chiaro in mente che la priorità dovesse essere data alle fabbriche, perchè da loro sarebbe arrivata la produzione di ricchezza e di lavoro necessari per far rialzare la testa al territorio.
Con un buon senso tipico di quelle terre, i friulani hanno adottato il principio marxiano secondo cui tutto è economia, mentre il resto è solo sovrastruttura, quindi non essenziale. Fatte ripartire le fabbriche, ci si è concentrati sulle case. Solo alla fine si è lavorato sulle chiese e, in generale, su tutto ciò che era considerato altro rispetto a fare ripartire l’economia e a salvaguardare la sopravvivenza delle persone. 

Se l’Italia facesse come il Friuli

Rispetto ai friulani i governi che si sono avvicendati in Italia non hanno scelto una linea definita, ossia ordinando in priorità gerarchiche la strategia d’azione per rilanciare il Paese. La classe politica dei governi di Roma ha preferito la strategia di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia di intervenire in modo trasversale cercando di non scontentare nessuno. Strategia opposta ai friulani, con il risultato di lasciare invariato il problema base del nostro Paese: il declino economico. 

Proviamo invece ad immaginare cosa potrebbe fare un governo affrontando il tema della ricostruzione dell’Italia come hanno fatto i friulani con il terremoto.
#1 Il presupposto è che si prenda coscienza di dover affrontare tutti insieme il problema. Significa fare fronte comune, deponendo l’ascia di guerra, delle polemiche e delle divisioni non solo tra i partiti ma in tutte le componenti della società.

#2 In secondo luogo occorre affidare le responsabilità ai decisori locali, rinunciando alla logica centralista che ha dominato lo Stato italiano nella sua storia più recente. 

#3 Infine il tema forse più impopolare ma che è stato fondamentale per garantire la ripresa del Friuli: intervenire per prima cosa sulle imprese

Prima le imprese

Se il governo adottasse il mantra dei friulani dovrebbe mettere in atto tutte le iniziative affinché le imprese italiane possano tornare a essere competitive con quelle all’estero. In particolare, cosa frena oggi le imprese, spingendole a trasferirsi oltre frontiera oppure a chiudere? 

Per capire cosa servirebbe basta parlare con chiunque abbia un’attività in proprio. Le difficoltà sono la burocrazia, con lo Stato che controlla e reprime invece che agevolare chi fa impresa, un fisco avido e complesso, che rende meno conveniente fare impresa in Italia, una legislazione del lavoro rigida, per cui diventa costoso e rischioso assumere lavoratori, una giustizia lenta e incerta, per cui chi fa impresa rischia di trovarsi scoperto contro debitori insolventi. 

Se si dovessero decidere delle azioni per tutelare “prima le imprese” queste sono le prime tre che si dovrebbero attuare: 

1. Tassazione

Bisogna introdurre un regime di tassazione per le imprese allineato nella quantità e nelle modalità con i Paesi con cui competiamo, in primis Svizzera, Austria e Slovenia, in cui le nostre imprese tendono a fuggire. Significa ridurre l’aliquota fiscale sul reddito e sul lavoro. Non solo. Significa adottare un sistema di tassazione su quanto incassato non su quanto dichiarato in fattura, in modo da evitare che le aziende debbano versare tasse anche quando non vengono pagate. Significa adottare lo stesso sistema di deducibilità dei costi adottato negli altri Paesi, invece che complesse regole per cui solo una parte dei costi sostenuti possono essere dedotti. 

2. Tutela dei crediti

I paesi a nord dell’Italia tutelano i creditori con automatismi che possono sembrare spietati ma che si traducono nella certezza del credito e nella punizione per chi non rispetta il debito. In Germania, ad esempio, chi non rispetta il pagamento di una fattura, se non salda entro 30 giorni, viene automaticamente iscritto su un apposito registro (Shufa) che comporta l’estromissione della persona o dell’azienda di fatto da qualunque attività economica, come aprire un conto corrente, per la durata di cinque anni. 

3. Vantaggi per nuove aziende

Piuttosto che finanziare con un reddito di cittadinanza chi non ha un lavoro, se si vuole rilanciare l’economia servirebbe aumentare gli incentivi per tutti coloro che dovessero avviare un’attività. Questo comporterebbe infatti come minimo la creazione di un posto di lavoro, per chi avvia l’attività, e, in caso di successo, anche la creazione di altri posti di lavoro oltre che la produzione di ricchezza con cui pagare anche lo Stato. 

Se gli italiani facessero come i friulani del dopo terremoto, farebbero un patto per focalizzarsi unicamente sul rilancio delle aziende nazionali. L’effetto di questo sarebbe una ripresa del PIL, con riduzione del debito, una crescita economica e la produzione di ricchezza e lavoro, uniche basi su cui poter ricostruire seriamente il Paese.  Per fare questo servirebbe un cambiamento di mentalità o dei leader all’altezza, non solo nella politica.

Leggi anche: 10 segnali inequivocabili che lo Stato italiano è da rifare

ANDREA ZOPPOLATO