Le sorprese di un viaggio ai confini di via Ripamonti

Via Ripamonti è la via dei record: ben 6,7 chilometri collegano questo lungo asse dalla centralissima Crocetta alle campagne del Parco Agricolo Sud Milano.

E questa è anche la periferia milanese più vicina al centro della città: in soli 15-20 minuti di tram si puo’ passare da piazza del Duomo alla campagna vera, quella coltivata, da dove si puo’ anche ammirare la Madonnina alla Ciribiriciaccola, lo storico Campanile dell’abbazia cistercense di Chiaravalle.

Infatti, seguendo il tragitto del tram 24, si susseguono palazzi storici, portoni fastosi, corti a ringhiera fiorite, che lasciano poi il posto a palazzoni degli anni ’60, improbabili centri massaggi cinesi, ristoranti, locali all’ultima moda e poi, lei, la campagna.

Ecco, proprio in quel momento in cui la civiltà sembra perduta e l’unico punto di riferimento sembra la triste destinazione dello IEO (Istituto Europeo Oncologico, fiore all’occhiello della sanità meneghina), proprio in quel momento alla fine di Ripamonti e di Milano nasce la favola.

Campi di pannocchie puntellate di rossi papaveri, percorsi di margherite di camomilla e piccoli arbusti dalla forma di abeti che aspettano di crescere solcano le rive delle rogge, adibite oggi, come un tempo, ad irrigare i campi di grano e di mais e dalle quali fanno capolino – incredibile a dirsi – pescetti, rane e gamberi di fiume, a conferma della qualità di quell’acqua.

La mattina poi non è strano imbattersi in aironi e fagiani, ed a volte anche qualche lepre fa capolino tra le colture.

I campi si susseguono a perdita d’occhio, si confondo con il cielo, e se non fosse per qualche cascinale in lontananza e il palazzo della BMW di San Donato Milanese a segnare l’orizzonte, sembra di aver superato – inconsapevoli – un portale del tempo.

Di fatto, cammina cammina per i campi e il grano, ecco che il dedalo di strade sterrate (almeno tre) che si diparte da altrettanti punti di via Ripamonti converge in un unico edificio. Diroccato. Semidistrutto. Forse mai veramente completato.
“Qualcuno dice sia un bunker, altri sostengono sia un poligono di tiro, forse era un locale con il suo bello scalone di ingresso, il dehor e le cupole a illuminare la sala dall’alto” sono le voci che circolano in zona.

Ci affacciamo, e tra i resti di nottate brave e qualche rifugio di fortuna, scopriamo
che l’edificio, dalla natura ignota, è un perfetto parallelepipedo nascosto e simmetrico con, alle due estremità, due torrette altrettanto diroccate.

Quella di sinistra, quasi un grande cilindro, si confonde in mezzo ad un piccolo bosco. Quella di destra punta verso un’altra dimensione, quella di un’epoca in cui questa porzione di Milano era Comune, il Comune di Macconago.

Nascosto dietro ad un cancellone verde, spunta il corpo laterale di una residenza gentilizia che il cartello delle Dimore Storiche segnala essere il Castello di Macconago.

Facendo qualche ricerca scopriamo che, fondato dalla famiglia Pusterla e poi passato ai Visconti e oggi di proprietà della famiglia Ferrario Gavana, il Castello di Macconago sorse tra il 1330 e il 1340 come un edificio fortificato a pianta quadrata, provvisto di torri di avvistamento, camminamenti merlati, torri quadrangolari, merlature a coda di rondine. Nonostante i diversi rimaneggiamenti, oggi i fortunati che lo possono vivere (sposi nel loro giorno del sì oppure privati che lo impegnano per cerimonie ed eventi), possono ancora godere della copertura a cassettoni lignei e delle tracce di graffiti rinascimentali che si conservano qua e là.

Un bene celato la cui torretta è ben visibile dalla contigua Locanda Macconago, un esempio delizioso dell’architettura lombarda fatta di cascine, aie, casali in mattoni rossi.

Di fronte, una deliziosa chiesetta diroccata dà il benvenuto al borgo oggi dimenticato, ma che cela una storia straordinaria appena al di là di via Ripamonti.
Quello che forse non tutti sanno, infatti, è che questo borgo dimenticato rimase comune
autonomo fino al 1841, quando poi fu annesso a Quintosole, per venire poi inglobato
dentro Milano nel 1923.

Un borgo di tutto rispetto già citato “1346, negli Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano, dove viene indicato fra le località a cui spetta la manutenzione della strata da Siptiano (Compartizione delle fagie, 1346)” (cit. Wikipedia) e che al censimento del 1751 risulta avesse 204 abitanti.

Macconago era dunque un Comune vero e proprio con un suo amministratore – il consiglio costituito da un’assemblea dei capi di casa della comunità, indetta dal console almeno una volta l’anno in occasione della pubblicazione dei riparti annuali e del rinnovo delle cariche (cit.), due maggiori estimati, incaricati dell’ordinaria amministrazione degli affari e della custodia dei riparti (cit.), un cancelliere, residente al Vigentino, e un esattore, scelto con asta pubblica.

E se non basta, se si solleva lo sguardo oltre la linea del tram 24, il centro oncologico IEO e le superstrade che portano alle tangenziali, si possono scoprire il maneggio Centro Ippico Milanese che propone tanto verde e passeggiate a cavallo tra i campi, ed anche il Lago Verde, piccolo laghetto per la pesca sportiva, tutt’oggi in funzione.

Un’altra meraviglia celata dal Vigentino. Un altro record per via Ripamonti.

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