10 segnali inequivocabili che lo stato italiano è da rifare

Milano Città Stato nasce dalla convinzione che bisogna avere il coraggio di dire che l’architettura dello stato è da rifare, perchè è ormai incapace di essere più al passo dei tempi. Carl Marx sosteneva che la base di tutto è l’economia: tutto il resto è sovrastruttura. Quello che emerge dai dati sembra dare ragione a Marx: il sistema Italia economicamente non funziona e gli effetti di questo si propagano in ogni altro comparto della società.  Lo stato italiano, impostato contro i fondamenti dell’economia, è ormai un pericolo sul futuro di ognuno di noi.

10 segnali inequivocabili che lo stato italiano è da rifare

1. Libertà economica

economicfreedom La classifica dei paesi ordinata per l’indice di libertà economica è una delle più importanti classifiche di misurazione della qualità di gestione degli stati perché misura la possibilità di cittadini e imprese di poter svolgere i loro affari senza interferenze del governo.
Ai primi due posti ci sono due città stato, Singapore e Hong Kong, segno che l’autonomia di un piccolo territorio coincide con una maggiore libertà per cittadini e imprese. A seguire si trovano le principali democrazie occidentali, Canada, Stati Uniti,  Gran Bretagna, Paesi Scandinavi,  Germania, Giappone, Olanda. L’Italia è in ottantesima posizione, dietro a Madagascar, Isole Samoa e Arabia Saudita.  Secondo l’Heritage Foundation l’Italia non è un paese libero.

NEll’INDICE DI LIBERTA’ ECONOMICA L’Italia è in ottantesima posizione, dietro a Madagascar, Isole Samoa e Arabia Saudita.  Secondo l’Heritage Foundation l’Italia non è un paese libero.

2. Debito pubblico ed entrate tributarie

Dal 2000 al 2014 il debito pubblico italiano è aumentato in termini assoluti di 900 miliardi, in termini relativi negli ultimi otto anni è passato dal 100% al 135% del prodotto interno lordo.

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Questo è accaduto nonostante nello stesso periodo siano aumentate le entrate tributarie dello stato.

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Vanno allo stato centrale quasi l’80% dei tributi e dal 2000 al 2014 ha incassato oltre 100 miliardi in più, con un aumento percentuale del 36,1%.
Nel 2000 la spesa delle amministrazioni pubbliche in Italia era inferiore al 45% del PIL. Quindici anni dopo ha superato il 50%: questo significa che il peso dello stato sull’economia ha superato quello privato.
I dati mostrano che il nostro è uno stato che più incassa, più spende e più si indebita.

il nostro è uno stato che più incassa, più spende e più si indebita.

3. Ricchezza prodotta

Ci sono due modi per rendere sostenibile un debito. Il primo consiste nel tagliare le spese, ma si è appena visto che non è la strada praticata dallo stato italiano. La seconda è di produrre di più.
La ricchezza di un paese è calcolata dal PIL, prodotto interno lordo: se il prodotto aumenta significa che un paese diventa più ricco e quindi, a parità di fattori, l’incidenza del debito pubblico si riduce.
L’Italia è insieme alla Grecia il paese che in Europa ha subito di più la crisi del 2008.
Nel 2015 siamo ancora a circa il 90% del reddito prodotto prima della crisi, una quota che ci riporta indietro di quindici anni, all’inizio del millennio, e secondo le previsioni ci vorranno dai dieci ai quindici anni per tornare a livello pre-crisi.

gdpratebetterLe economie del G7 dopo il crollo iniziale si sono riprese segnando una crescita costante che le ha portate tutte a ritornare ai livelli precedenti alla crisi e, in certi casi, come Usa, Canada, Germania e Giappone, addirittura superiori. L’Italia è la sola eccezione, con un trend che a differenza degli altri continua a puntare verso il basso.
Se si analizza il tasso di crescita annuale del PIL tra tutti i paesi occidentali, dal 2008 al 2015 l’Italia risulta per 5 volte all’ultimo posto e per le restanti 2 volte al penultimo posto.

Se si analizza il tasso di crescita annuale del PIL tra i paesi occidentali, dal 2008 al 2015 l’Italia risulta per 5 volte all’ultimo posto e per LE RESTANTI 2 volte al penultimo posto.

4. Produzione industriale

La perdita di ricchezza in un’economia mercato deriva sempre da una perdita nella produzione delle imprese. In un sistema di mercato sono loro la fonte di ricchezza e di lavoro.
Negli ultimi quindici anni l’andamento della produzione industriale in Italia è stata sempre inferiore a quella degli altri paesi che usano l’euro e il divario sta diventando sempre più grande.

produzioneindustriale La riduzione nella produzione industriale indica in un mondo globalizzato che le aziende chiudono o si trasferiscono all’estero. Sempre più imprese italiane scelgono di andarsene e anche questo è un effetto di uno stato centrale che aumenta il suo peso sull’economia, incrementando le tasse: se si considera la tassazione sulle imprese, l’Italia è dopo la Grecia il paese europeo con le tasse più alte.
Dall’andamento delle entrate tributarie dello stato (in crescita), del PIL (in calo) e della produzione industriale (in calo) si delinea il seguente quadro:  il modello economico italiano consiste in uno spinto centralismo, si trasferiscono sempre più soldi nelle mani dello stato togliendoli a imprese, contribuenti ed enti locali. In sintesi, le risorse vanno dai soggetti più efficienti al soggetto più inefficiente (lo stato centrale).

Si tratta di un modello opposto a quello di tutte le economie in crescita, simile solo a un paese in crisi come la Grecia, e soprattutto affine a quello delle economie comuniste che sono andate a picco a fine novecento.  Considerando i problemi e le tendenze in corso in Italia e in Grecia, i due paesi che stanno adottando la stessa ricetta del centralismo statale, è difficile prevedere un esito positivo.

il modello economico italiano consiste in uno spinto centralismo: si trasferiscono sempre più soldi nelle mani dello stato togliendoli a contribuenti ed enti locali. In sintesi, le risorse vanno dai soggetti più efficienti al soggetto più inefficiente (lo stato centrale).

5. Investimenti e risparmi

A nostra difesa rispetto all’ingente debito pubblico si ripete che siamo un popolo di risparmiatori. Dove il pubblico perde ci pensa il privato a cautelarsi e a far fronte al rischio di fallimento di sistema. Ma è davvero così?

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Dai dati OCSE così non sembra, anzi.

Rispetto all’Unione Europea in Italia si risparmia di meno rispetto al PIL. E questa forbice si è allargata dalla crisi del 2008 in poi, ponendoci a circa il 15% in meno della media del risparmio degli altri paesi europei.

Rispetto all’Unione Europea in Italia si risparmia di meno rispetto al PIL. E questa forbice si è allargata dalla crisi del 2008

6. Produttività e costo del lavoro

Ultima speranza: il lavoro. Abbiamo visto che lo stato spende male i suoi soldi, si indebita, il clima culturale a loro ostile porta le imprese a spostare la loro produzione all’estero. Le famiglie non riescono più a risparmiare e gli investimenti sono a picco. L’ultima speranza potrebbe essere il lavoro. Come dice l’articolo uno della nostra Costituzione, l’Italia si fonda sul lavoro. Come siamo messi in termini di produttività?

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Per risollevarsi le zone depresse di solito possono contare su un costo del lavoro più vantaggioso per attrarre le imprese. Ma ancora una volta siamo messi male. Nel grafico qui sopra la linea gialla è l’Italia. Il grafico mostra i costi del lavoro nell’area euro. Prendendo il 2000 come punto di partenza si vede che l’Italia è quella che ha visto aumentare di più il costo del lavoro e questo malgrado un’economia che è arretrata nello stesso periodo.
Il lavoro costa di più del 40% rispetto al duemila. Nello stesso periodo il costo del lavoro degli altri paesi è aumentato meno.
Questo grafico mostra come il sistema Italia si stia muovendo in direzione opposta rispetto a quelli che funzionano meglio. I due paesi che nella tabella mostrano di incrementare di meno il costo del lavoro sono la Germania e l’Irlanda.
La Germania è il grande paese europeo che negli ultimi anni sta crescendo di più come ricchezza e sta riducendo di più il debito dello stato. È un paese che attrae imprese e talenti e uno dei segreti è proprio in questo grafico: la forza della Germania passa anche grazie al contenimento dei costi del lavoro.

L’Irlanda rappresenta un caso interessante per l’Italia. Si tratta infatti di una situazione analoga come problema di partenza ma opposto come politiche attuate per uscire dalla crisi. L’Irlanda era uno dei grandi malati dell’Europa: la i dei “pigs”, i paesi in difficoltà, inizialmente era la I dell’Irlanda.
Alla crisi l’Irlanda ha risposto in maniera opposta all’Italia: ha ridotto il peso dello stato, ha puntato su una bassa tassazione sulle imprese, ha ridotto gli oneri fiscali sui lavoratori.
In breve, il governo irlandese ha cercato di lasciare più risorse nelle mani dei soggetti economicamente più efficienti, imprese e cittadini, togliendole a chi è più inefficiente, l’amministrazione pubblica. Questo ha portato l’Irlanda a crescere con tassi di crescita record per l’Europa (+7% nel 2015), riducendo deficit e debito, e a smettere di essere un problema, facendosi sostituire dall’Italia nella “i” dei paesi Pigs.

L’Italia invece si è mossa e continua a muoversi in direzione opposta: sottraendo risorse dai centri di gestione più efficienti per darle allo stato.

l’Italia è LA NAZIONE che ha visto aumentare di più il costo del lavoro e questo malgrado un’economia che è arretrata nello stesso periodo.
Il lavoro costa di più del 40% rispetto al duemila

7. Tasso di occupazione

La ricchezza proviene dalle imprese e il sistema previdenziale è retto da chi lavora. In Italia l’indice di disoccupazione è tra i più alti in Europa, tuttavia ciò che è drammatico non è il tasso di disoccupazione ma quello di occupazione.

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Ciò che conta per capire la sostenibilità di un sistema non è avere un basso numero di disoccupati, bensì avere un alto numero di occupati. In Italia solo una parte di chi non ha lavoro risulta in cerca di lavoro, quindi disoccupato. L’Italia fa parte dei paesi che ancora non sono riusciti a recuperare i livelli di occupazione del 2008, risultando nel terzetto di coda, assieme a Croazia e a Grecia.

L’elevato tasso di disoccupazione, in particolare di quello giovanile, si accompagna a un basso indice di attrattività del nostro paese. Secondo il Global Talent Competitiveness Index (GTCI) del 2016, l’Italia ha una bassa capacità di attrarre talenti dal resto del mondo: si colloca in 41esima posizione su 50 paesi considerati, dietro a Polonia, Barbados e Costa Rica, in calo di 5 posizioni rispetto al 2015.

Preoccupa, infine, la crescita della cosiddetta “terza società”, formata da chi potrebbe lavorare ma non risulta occupato, che dal 2008 è passata da 7,2 milioni a 9 milioni, arrivando a toccare quasi un terzo delle forze di lavoro allargate.

Se si considera la percentuale di occupati in Italia in età lavorativa sulla popolazione totale, la cifra che risulta è consistentemente inferiore rispetto alla media dell’Unione Europea: nel nostro paese lavorano 10 persone su 100 in meno rispetto alla media europea. 10 persone in meno significa 10 persone che non versano i contributi con cui pagare i pensionati, 10 persone che non versano imposte sul reddito con cui finanziare lo stato. E il trend anche in questo caso è in calo.

Il sistema centralista italiano non produce ricchezza, né lavoro. Vediamo se almeno rispetta il principio di equità nella redistribuzione delle risorse.

nel nostro paese lavorano 10 persone su 100 in meno rispetto alla media europea

8. Equità sociale

A livello internazionale si utilizza l’indice di GINI per esprimere il livello di disuguaglianza economica, ossia quanto è grande il divario tra le fasce ricche e quelle povere.

Come si vede nella tabella sotto, anche in questo caso l’Italia non se la passa bene. Risulta infatti il paese con maggiori disuguaglianze preceduto solo dalla Gran Bretagna, un’economia considerata tra le più liberista e che, al contrario della nostra, è tra quelle che sono più cresciute in Europa.

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Forse il dato più preoccupante non è l’indice di disuguaglianza assoluto, ma la sua progressione nel tempo. Nel 1990 l’Italia era a 0,40 risultando il paese con meno disuguaglianza economica tra le economie considerate. In venti anni siamo passati da uno dei paesi più equilibrati a uno di quelli più diseguali. E questa non è l’unica disuguaglianza esistente in Italia. Oltre a quella tra ricchi e poveri c’è anche una discriminazione tra le generazioni.

La perdita di occupazione non ha colpito tutte le fasce di età. Tutt’altro. Dal 2008 tra chi ha più di cinquant’anni gli occupati sono aumentati di oltre 1 milione e ottocento mila posti, con un incremento nel tasso di occupazione del 9,2%. Mentre tra chi ha meno di 50 anni gli occupati sono calati di quasi 2 milioni e mezzo di unità, con un calo nell’occupazione di oltre l’11% tra gli under 34.

In venti anni siamo passati da uno dei paesi più equilibrati a uno di quelli più diseguali. E questa non è l’unica disuguaglianza esistente in Italia. Oltre a quella tra ricchi e poveri c’è anche unA DISCRIMINAZIONE tra le generazioni.

9. La giustizia

Altra funzione fondamentale esercitata dallo stato è la giustizia. Anche in questo caso ci sono più ombre che luci.

Qui sotto nella tabella de Il Sole 24 Ore, l’Italia risulta in cima al mondo. È la durata media dei processi: in Italia per arrivare alla sentenza definitiva passano in media 2.866 giorni, significa che ci vogliono 8 anni per arrivare alla conclusione di un processo civile. Se si considera che la durata media nel mondo è di 616 giorni, pari a meno di 2 anni, si capisce la situazione drammatica della giustizia in Italia.

 

L'Italia è maglia nera tra i Paesi dell'Ocse per la durata del processo civile. La durata minima, massima e media dei processi civili

IN ITALIA ci vogliono 8 anni per arrivare alla conclusione di un processo civile.  la durata media nel mondo è di 616 giorni, pari a meno di 2 anni.

10. La corruzione

Una giustizia lenta diventa spesso ingiustizia. Non sorprende perciò che l’Italia risulti uno dei paesi considerati più corrotti al mondo (Fonte: Il Sole 24 Ore).

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Nell’elaborazione della Fondazione Hume l’Italia risulta al trentesimo posto su trentadue paesi considerati, superata per corruzione solo da Grecia e Turchia.

E per capire quanto la corruzione sia connessa con la pubblica amministrazione basta passare alla tabella successiva in cui si analizza la percezione percepita nei diversi settori della società.

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Secondo questa classifica la corruzione colpisce nell’ordine i partiti politici, i politici, i funzionari pubblici che assegnano appalti, licenze e permessi. A parte banche e aziende private tutti gli altri soggetti a maggior incidenza di corruzione risiedono nel comparto pubblico.

Quello che risulta pertanto da questi dati è uno scenario nero: lo stato italiano modellato su un centralismo spinto e su un elevato peso della pubblica amministrazione sulla società risulta inefficiente, ingiusto e corrotto.

lo stato italiano modellato su un centralismo spinto e su un elevato peso della pubblica amministrazione sulla società risulta inefficiente, ingiusto e corrotto.

 

Fonti Tabelle:

1. Index of Economic Freedom, The Heritage Foundation
2.1 Elaborazione dati Banca d’Italia
2.2 Elaborazione studi CCIA su dati Istat
3. Elaborazione DIPE su dati del FMI
4. Elaborazione DIPE su dati OCSE (da vincitorievinti.com)
5. Elaborazione su dati OCSE (da memmttoscana.wordpress.com)
6. SG Cross Asset Research/Economics
7. Elaborazione su dati ISTAT
8. Elaborazione su dati OCSE
9. Elaborazione su dati OCSE (da giornalettismo.it)
10.1 Elaborazione Fondazione Hume per Il Sole 24 Ore (da: nova.ilsole24ore.com)
10.2 Elaborazione Fondazione Hume su dati della Commissione Europea per Il Sole 24 Ore (da: nova.ilsole24ore.com)