Un inaspettato primato mondiale di Milano: le social street

Le cose eccitanti accadute a Milano negli ultimi anni sorprendono per primi i milanesi rassegnati all’immagine di una città non bella e umanamente fredda, con un clima inospitale e il pensiero rivolto solo al lavoro. Invece, la Milano del dopo Expo si scopre bella, ricca di nuova architettura (grattacieli) e nuovi servizi innovativi (car sharing, bike sharing, coworking, AirBnb, etc.), con una vita culturale vivace e, soprattutto, un ambiente sociale accogliente. In quest’ultimo aspetto si inserisce il tema, ancora poco conosciuto, delle social streets.

Che cosa sono le social street? Sono unioni di cittadini che abitano in una stessa via e decidono di incontrarsi per dare una risposta ad alcune domande: chi sono quelli che vivono nella mia strada? Cosa succede nel mio quartiere? Come posso essere utile ai miei vicini? Una social street parte grazie a uno o più volenterosi, che si fanno conoscere nella strada per risolvere un bisogno comune. La prima nasce a Bologna nel 2013 perché un giovane papà vuole conoscere nella sua strada altri giovani papà per far giocare suo figlio. Fa una pagina Facebook, a cui si iscrivono quelli interessati alla sua proposta. La pagina diventa in breve tempo il mezzo di comunicazione degli abitanti della strada che hanno voglia di offrire un aiuto o proporre qualcosa. Così a Bologna è nata la prima social street ufficiale (anche se a Milano ce n’era già una in via Paolo Sarpi dal 2010).

Chi lancia la proposta iniziale diventa un punto di riferimento della strada (o del quartiere) e a quel bisogno se ne aggiungono col tempo altri. Dalle feste/cene in strada, alle sessioni comuni di yoga, musica, jogging. Ma anche passeggiate culturali per il recupero della memoria storica del territorio (coinvolgendo gli anziani residenti) e attività a favore del quartiere, come la pulizia in gruppo dei giardinetti. Per esempio, la social street di via S.Gottardo-Meda ha un bar che è un punto di riferimento sociale e funge da portineria del quartiere, per chi non ha la portinaia. Il risultato è un quartiere in cui la gente si riconosce per strada e si saluta. Si crea una rete sociale basata sulla collaborazione reciproca e gratuita, che ha dato prova di sé nelle tragedie. Per esempio, dopo l’esplosione della palazzina di via Brioschi ci fu subito una gara di solidarietà nella strada per ospitare le famiglie sfollate e una raccolta di fondi, ma anche mobili, abiti, etc.

Si tratta, quindi, di un fenomeno molto recente e di un caso di innovazione sociale straordinario, per almeno due ragioni: innanzitutto, è un ritorno dalle relazioni virtuali (web, social networks) a quelle reali (persone che si incontrano fisicamente), in controtendenza rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi anni. In secondo luogo, questa sfida alla mancanza di socialità (la solitudine in città) e di prossimità (non conoscenza dei propri vicini), viene lanciata proprio nelle grandi città, creando delle nuove identità territoriali. Per esempio la social street NOLO (North of Loreto) ha creato un quartiere che prima non esisteva.

Un’altra cosa sorprendente di questo fenomeno è la nascita di reti sociali sulla base della fiducia reciproca e della gratuità. Infatti, la social street è sostenuta da chi mette a disposizione degli altri gratuitamente tempo, esperienza, competenze e spazi. La spinta ideale del gruppo è la voglia condivisa di rendere più vivibile il proprio quartiere, scendendo in strada per conoscere i vicini e fare qualcosa insieme a loro. A NOLO hanno perfino organizzato un cinema all’aperto per gli abitanti del quartiere in un cortile da sempre inutilizzato, perché conteso fra due condomini, che si sono accordati per il bene di tutti. Un effetto molto rilevante della social street è la bonifica sociale. Andando tutti insieme in piazza o per strada anche di sera, i fenomeni di microcriminalità (spaccio di droga, gang giovanili) che non vogliono troppi riflettori e occhi indiscreti, vengono espulsi verso altre zone. Una riconquista degli spazi nel proprio quartiere a costo zero.

La notizia incredibile è che proprio Milano, la fredda città degli affari, ha il record delle social street nel mondo. Lo dice l’Osservatorio sulle social street della Prof.ssa Cristina Pasqualini dell’Università Cattolica, che le studia da qualche anno e ne ha mappate oltre 450 (quasi 20 all’estero) e di cui 70 solo a Milano. Un primato internazionale, anche se ancora sconosciuto. Sembra una riprova del migliore spirito meneghino (senza togliere nulla alle altre città con social street): a Milano si può fare tutto, se ci si organizza insieme agli altri. In altri termini, non ci sono scuse a non risolvere i problemi, a condizione di non essere soli.

Ma chi sono i cittadini che si impegnano nella loro social street? Secondo l’Osservatorio della Prof. Pasqualini hanno una fascia d’età dai 30 ai 50, in maggioranza proprietari del loro appartamento e di livello culturale medio-alto. Un identikit di persone che ci tengono al luogo in cui vivono, hanno verso il prossimo più curiosità che diffidenza e conoscenze o esperienze da condividere con gli altri.

Ma la cosa più interessante è scoprire dove sono ubicate le social street a Milano. Sono concentrate in quel grande anello tra la Cerchia dei Navigli e la Circonvallazione esterna (con estensioni in Città Studi e lungo gli assi delle vie San Gottardo-Meda e Corso Lodi). Potrebbe essere interpretata come la mappa della Milano socialmente attiva. Stupisce l’assenza di social street sia nel centro storico, che nelle periferie. Gli abitanti dentro la Cerchia dei Navigli sembrano poco interessati a iniziative per umanizzare la città. Probabilmente gioca l’alta percentuale di anziani e di quei milanesi abituati ad abbandonare la città tutti i weekend (d’estate al mare e d’inverno in montagna). Mentre le periferie risentono del fatto di avere abitanti di recente insediamento, meno legati al territorio in cui vivono.

In sintesi, abbiamo scoperto che a Milano ci sono almeno 70 realtà che migliorano la qualità della vita e la sicurezza nelle strade, grazie al contributo di cittadini volenterosi, in totale autonomia rispetto alla politica. Sarebbe un’interessante occasione di marketing della città. Per esempio, quanti sarebbero interessati a comprare una casa in un quartiere con una social street attiva, rispetto a una zona priva di iniziative sociali o eventi di buon vicinato? Certamente un quartiere “sano” è più attraente di uno alienante e insicuro, con un probabile effetto positivo sui prezzi delle case. Ma forse è meglio non fare troppa pubblicità per non rovinare la spontaneità e la gratuità del fenomeno. Però, che peccato non raccontare al mondo una cosa così bella…

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Ugo Poletti
Milanese, bocconiano, con una vita passata tra Roma, Pescara, Barcellona, è stato analista finanziario, export manager, lobbista parlamentare e ministeriale, Attaché agli affari economici per il Governo del Quebec in Italia; ex Vicepresidente del Gruppo Giovani di Assolombarda e coordinatore del progetto “Europa” dei Giovani Imprenditori di Confindustria, che presentò in audizione in Parlamento. Oggi vive a Milano e si occupa di relazioni istituzionali e di progetti di sviluppo internazionale. Appassionato di tango argentino e lindy hop, impegnato a far diventare Milano la New York d’Europa.