A Milano i gesti gentili sono come i fiori

A Milano sono tutti molto impegnati. C’è tanto da fare, tutti corrono, le distanze tra un luogo e l’altro sono notevoli e richiedono tempo per essere percorse. È un tran tran inesorabile che può allontanare gli altri dal nostro universo percettivo.

Milano è come un paio di occhiali attraverso cui guardiamo noi stessi.

In questa città spesso vince l’individualismo. Quando si è il nodo centrale di una serie di relazioni complicate il nostro cervello deve fare ordine per catalogare e comprendere il dedalo legami a cui partecipiamo. Sarebbe troppo dispendioso cedere al relativismo e metterci nei panni degli altri. Non ne abbiamo il tempo.

Il lato oscuro di questa dinamica è cercare l’utilità in qualsiasi interazione umana. Senza cattiveria o freddezza emotiva, è solo una questione di sopravvivenza.

Siamo molto di più di quello che dobbiamo fare.

Una poesia non serve a niente, però è bella. Qualcuno potrebbe obiettare e cercare l’utilità anche nei versi, ma quello è già un approccio accademico finalizzato all’analisi dell’opera. Io voglio leggere una poesia e non capirci niente ma sentire qualcosa che mi spinga a rileggerla ed esplorare altre poesie per averne ancora.

Quando ci troviamo di fronte al sublime il tempo si ferma e non abbiamo più la necessità di fare niente. È la sospensione della volontà, per dirla con le parole di Schopenhauer.

Nei gesti gentili dei milanesi c’è il sublime.

Ho camminato di fretta un milione di volte le strade di Milano per raggiungere dei posti che ormai non ricordo e ogni volta che ho visto un gesto gentile mi sono fermato.

Raccogliere il cappello di qualcuno soffiato via dal vento, dare un’indicazione a uno straniero, ammettere la priorità di un altro mentre si fa la coda o dare un consiglio su cosa fare e vedere a Milano.

I gesti gentili a Milano sono come i fiori. Non servono per continuare il nostro tran tran quotidiano, però sono belli.