I segreti dell’acqua di Milano: possiamo dormire tranquilli?

Carta idrografica del centro di Milano
Carta idrografica del centro di Milano

Il 71% della superficie terrestre è ricoperto da 1.386×1024 litri di H2O, un’entità inimmaginabile; in più, la quantità di acqua presente nel sottosuolo è da 1.5 a 11 volte più grande di quella emersa.
L’approvvigionamento potabile della città di Milano avviene esclusivamente da acqua di falda, quindi da acque sommerse, su tre livelli di profondità: 0-40 metri, 40-100 metri, 100-200 metri.

Lo schema della falda acquifera milanese
Lo schema della falda acquifera milanese

 L’acqua emersa presenta innumerevoli problemi: solo lo 0,014% del totale globale è immediatamente potabile e facilmente accessibile.

La sua pervasività tira fuori il meglio e il peggio dell’ingegno umano:  il 65% del territorio dei Paesi Bassi sarebbe sott’acqua se non fosse per le dighe e le paratie opportunamente preposte al contenimento del Mare del Nord; di contro, Egitto ed Etiopia sono sull’orlo del conflitto a causa della decisione da parte di Addis Abeba di costruire la cosiddetta Grande Diga del Rinascimento Etiope sul Nilo Azzurro, tra l’altro commissionata alla multinazionale milanese Salini Impregilo, opera che presumibilmente taglierà vitali risorse idriche alla terra dei faraoni.

 

Persino Amsterdam non potrebbe esistere, se non fosse per il genio olandese
Persino Amsterdam non potrebbe esistere, se non fosse per il genio olandese

Oggi, le città più avanzate del mondo gestiscono il proprio fabbisogno idrico partendo dal sottosuolo. Certo, devono anche poterselo permettere, ma difficilmente una città importante può sorgere in un luogo dove non ci sono risorse per l’approvvigionamento dell’acqua: l’essenziale è invisibile agli occhi.
New York e Berlino sono tra gli esempi più virtuosi in questo ambito.

La Grande Mela sorge sull’Hudson e la capitale tedesca è attraversata dalla Sprea, ma entrambe le città poggiano su un sofisticato sistema di acquedotti sotterranei, idrovore, tunnel d’acqua artificiali, tubi, raccordi e serbatoi per soddisfare i bisogni vitali di milioni di persone.
A inizio 2018, l’amministrazione newyorkese ha inoltre annunciato un investimento di un miliardo di dollari per lo sviluppo e il mantenimento del proprio sistema idraulico, già tra i migliori al mondo.

Scontato? Non proprio, perché New York è una tra le sole cinque grandi città statunitensi (insieme a Tallahassee, Louisville, Miami e Cincinnati) dove è assolutamente sicuro bere l’acqua dal rubinetto.

 

Una grafica del NYT che mostra il sistema idrico di New York in relazione ad uno dei suoi serbatoi artificiali
Una grafica del NYT che mostra il sistema idrico di New York in relazione ad uno dei suoi serbatoi artificiali

In questo scenario, Milano se la cava bene.
E’ vero, abbiamo il problema dei farmaci che finiscono nei fiumi, ma stiamo parlando di 6.5 chili al giorno a fronte di 3 milioni di tonnellate d’acqua consumate, e di una questione che riguarda praticamente tutte le città d’Occidente.

L’acqua che esce dai nostri rubinetti rispetta tutti i parametri europei di controllo qualità, dal pH al cloro residuo, e in più, Milano è la miglior città d’Italia nell’ottimizzazione delle sue risorse idriche, utilizzandone efficacemente l’83.3% dei volumi immessi a fronte di una media nazionale del 64.4% (dati ISTAT 2015).
Un primato figlio della storia e della geografia.

Innanzitutto, occorre dire che la nostra città è stata fondata su una delle tante linee dei fontanili presenti nella Pianura Padana, cioè su di un punto dove vi è l’incontro di strati geologici di differente permeabilità idrica, caratteristica che favorisce la fuoriuscita dell’acqua presente nelle profondità della Terra, che come abbiamo visto è moltissima.
Questo particolare attributo geofisico dava già due vantaggi in partenza a chi avesse deciso di costruire una città in quel luogo: banalmente, il facile accesso all’acqua; secondariamente, dato il terreno paludoso per effetto del fontanile, rendeva più difficile l’accesso dalle aree limitrofe, il che ai tempi (si parla del 600 a.C. circa) significava spesso potersi difendere dai nemici.

Da quel momento, come sottolineato dagli studi del Professore di Geologia tecnica e Geologia applicata Andrea Cancelli, l’intervento umano ha forgiato l’impianto idrologico della zona in maniera netta e costante: i fiumi di modesta entità che passano nelle vicinanze, l’Olona, il Lambro Meridionale, il Seveso, la Vettabbia ed il Lambro, sono stati integrati da grandi navigli: la Martesana, la Fossa Interna, il Naviglio Grande, il Naviglio di Pavia, da grandi canali di irrigazione come la Muzza ed il Villoresi e da grandi colatori come il Redefossi e l’Addetta, ai quali va aggiunta una fitta rete di rogge.

 

Carta idrografica del centro di Milano
Carta idrografica del centro di Milano

I fontanili quindi, oltre a fare da nutrici ai dintorni meneghini, mantengono anche la falda che ci dà innumerevoli privilegi, primi fra tutti la protezione dalle contaminazioni accidentali (più facilmente rilevabili) e la salvaguardia dalle siccità (un problema attuale, ci arriviamo), in quanto l’acquifero milanese non ne risente.

Da lì, l’acqua viene captata, potabilizzata, controllata e distribuita, con un sistema sulla falsariga di quelli sopracitati, a New York e Berlino.

Eppure, come molte cose a questo mondo, una grande falda acquifera non è un bene di per sé: Jakarta, una delle metropoli più importanti del pianeta, sta letteralmente affondando, a causa delle sue scellerate politiche edilizie e della trascuratezza con cui ha gestito la propria falda, alla quale gli abitanti attingono tramite pozzi illegali e non armonizzati, né fra di loro, né tra loro e la falda.

La mostruosa quantità di cemento (97% dell’area metropolitana) che ricopre la città impedisce all’acqua in superficie di filtrare nel terreno, e l’abusivismo dei cittadini (coadiuvato da un ormai fiorente mercato nero) sta svuotando il “gigante cuscino su cui Jakarta si poggia”, nelle parole del giornalista americano Michael Kimmelman.
La miope indifferenza del governo indonesiano nei riguardi delle tematiche ambientali ha inoltre portato ad una deforestazione selvaggia e ad una scarsa manutenzione dei bacini dei fiumi, tutti fattori che contribuiscono al mancato drenaggio dell’acqua, che così si disperde e fa un po’ quello che vuole.

Un olandese inorridirebbe.

Welcome to Jakarta  
Welcome to Jakarta

Il problema non è l’acqua che si alza: alcune aree della città si sono abbassate addirittura di 10 centimetri nell’ultimo anno. Nello stesso periodo di tempo, per fare un paragone, Venezia è scesa di circa 2 millimetri.

Come se non bastasse, il 96% dell’acqua degli otto fiumi che attraversano Jakarta è severamente inquinata. Le fogne, ove presenti, sono al collasso, mai toccate da anni.
Le reazioni al problema, per ora, sono confuse e poco lungimiranti: ad esempio, si è pensato di chiudere la baia sulla quale Jakarta si affaccia sbarrandola con delle dighe, ma così facendo si creerebbe una sorta di laguna tossica e potenzialmente mortale per moltissime persone. In alcune aree si è deciso di costruire comunque la barriera, opera che finirà anch’essa sott’acqua entro il 2030 se non si deciderà di intervenire sulle origini invece che sui sintomi del problema.
Occorrerebbe poi comunque agire sulla pratica ormai radicata dei prelievi illegali dalla falda acquifera.

Possibili soluzioni possono essere la massiccia reintroduzione di aree verdi di cui la città era piena fino a qualche decennio fa, lasciando proliferare le mangrovie endemiche, di pari passo con lo stop a nuove costruzioni.
Incredibilmente, nel panorama dell’attualità questa non è neanche la storia più grave che si può raccontare sui dilemmi tra una città e le sue risorse idriche, o per lo meno non è l’unica: per cause per certi versi simili, a Città del Capo l’acqua sta finendo.

L’incredibile e incontrollato collasso delle riserve idriche di Città del Capo
L’incredibile e incontrollato collasso delle riserve idriche di Città del Capo

Non ci sono sensazionalismi. Ad oggi, il “Day Zero”, la data in cui si prevede si rimarrà completamente a secco, è fissato per il 9 Luglio 2018. Fino a poche settimane fa, era collocato al 12 Aprile. Qualora il fatto avvenisse, sarebbe una prima volta nella storia: mai una città con più di 3 milioni di abitanti è rimasta senza acqua.
Qui come a Jakarta, con il proliferare delle foreste di cemento, unite alla gentrificazione e ad un’esplosione demografica mal gestita, si paga la miopia e l’insensibilità ambientale: scienziati, meteorologi ed ingegneri captarono il pericolo già nel 1990, inascoltati.

Il record minimo di precipitazioni toccato nel triennio 2015-2017 ha fatto il resto, ma i segnali c’erano da tempo, figli tra l’altro di una dilettantesca gestione (non era e non è tuttora previsto nessun backup rispetto ai 6 serbatoi idrici della città, riempiti esclusivamente dall’acqua piovana) della risorsa più preziosa per la vita umana.
I cittadini sono ora chiamati ad affrontare mesi di grande resilienza, riducendo drasticamente il loro consumo di acqua giornaliero in attesa di palliativi per salvare la situazione.

Stiamo parlando di una città indicata più volte come meta turistica d’eccellenza, una città le cui infrastrutture, strade, aeroporto e centri commerciali, fanno invidia a molte megalopoli del mondo.

Un fiume nelle vicinanze di Città del Capo, a Gennaio 2018
Un fiume nelle vicinanze di Città del Capo, a Gennaio 2018

 

Milano è immune da tutti questi estremi? Possiamo rispondere di sì.

Innanzitutto, la nostra falda acquifera è più “docile” rispetto a molte altre, e non aspetta di inghiottirci da un momento all’altro. Questo al netto dei numerosi allagamenti che puntualmente si verificano ad ogni grande acquazzone che colpisce la città. Se ne sono verificati 20 dal 2010, di cui ben 8 proprio in quell’anno.
Per affrontare la questione, Metropolitana Milanese, società che dal 2003 ha in gestione il servizio idrico integrato della nostra città (facile: la metropolitana viaggia sottoterra, e il sottosuolo milanese è pieno d’acqua) ha preposto la costruzione di un nuovo canale scolmatore, oltre a quello già esistente tra Paderno Dugnano (sul Seveso) e Abbiategrasso (sul Ticino).

Foto di repertorio degli allagamenti provocati dal Lambro a Monza tra il 1925 e il 1935
Foto di repertorio degli allagamenti provocati dal Lambro a Monza tra il 1925 e il 1935

 

La nostra bestia nera è proprio il Seveso: dal 1976, è esondato ben 104 volte.

La strategia quindi, oltre ad affrontare gli allagamenti a monte col nuovo canale scolmatore, sarebbe quella di migliorare il sistema di drenaggio urbano e di sviluppare l’urbanizzazione in maniera più accorta. Non è tutto rose e fiori, insomma, ma non c’è nessun “rischio Jakarta”.

Storicamente, la nostra falda acquifera è stata costantemente monitorata e amministrata, per questo nonostante i problemi siamo lontani dalla clamorosa noncuranza che ha condannato Città del Capo: dal 2007, abbiamo la figura dell’energy manager di Metropolitana Milanese, che supervisiona l’analisi e l’ottimizzazione delle risorse e delle politiche inerenti alla gestione dell’acqua, preoccupandosi che siano sostenibili e razionali. Dal 2013, questa persona è il Dott. Antonio Sanfilippo, che si occupa inoltre dell’adozione della modernissima metodologia LLCA (Life Cycle Cost Analysis, analisi del costo nel ciclo di vita), oggi irrinunciabile nei sistemi di gestione dell’energia, prevedendo uno sguardo che deve andare dallo studio dei costi iniziali fino ai costi di smaltimento/recupero e al loro impatto, passando per i costi di gestione: un sinonimo di sostenibilità.

 

Milano, 2017: si può sempre migliorare
Milano, 2017: si può sempre migliorare

La tematica madre per i guardiani dell’acqua meneghina rimane il monitoraggio dell’innalzamento costante del livello della falda acquifera, iniziato nel 1990 e generato dalla chiusura di tutte le industrie idrovore pesanti nel nord della città, che hanno fatto venir meno un importante prelievo d’acqua, ora in ascesa di circa mezzo metro all’anno.

Gli allarmismi sono però del tutto infondati: le sopracitate azioni in contrasto agli allagamenti, se perseguite fino in fondo, saranno più che sufficienti per tenere la città al sicuro negli anni a venire.

Come l’anno scorso, in cui per l’occasione si sono tenuti molti tavoli sul tema, la Giornata Mondiale dell’Acqua, che ricorre ogni 22 Marzo, potrebbe essere un’opportunità per fare il punto della situazione, tenendo sempre a mente che tanto una Milano Marittima esiste già.

HARI DE MIRANDA