10 modi di dire divertenti di Milano

Milano è un frullato di culture: fondata dai Celti, conquistata dai Romani, invasa dai Longobardi, dai Franchi, preda di Francesi, Spagnoli, Austriaci sino alla unificazione d’Italia. “[…] in queste condizioni si è formato il suo dialetto, vera e propria lingua che ha risentito di tutte le influenze culturali che l’hanno attraversata” dicono Enrico Casati, Guglielmo Scandolara e Roberto Villa, gli autori di Omnibus, Proverbi e modi di dire per vecchi e nuovi milanesi, tomo in cui 500 tra i più famosi modi di dire milanesi vengono spiegati e tradotti nelle principali lingue, inglese, tedesco, spagnolo, francese, russo, cinese, giapponese, arabo.

“I miei preferiti sono quelli storici o che raccontano uno spaccato della nostra storia di milanesi” mi racconta uno degli autori, Roberto Villa. Sfogliamo insieme il dizionario ed ecco i

10 modi di dire divertenti di Milano.

#1. Va’ a Bàgg a sonà l’orghén

Va’ a Baggio a suonare l’organo.
E’ un invito a fare qualcosa di impossibile visto che la chiesa di S. Apollinare a Baggio era sprovvista dell’organo, e pertanto nessuno lo poteva suonare. Sulla genesi del motto ci sono diverse interpretazioni: la più famosa di esse racconta che in realtà ci fosse un piccolo organo in chiesa, ma solo dipinto sul muro. Un’altra versione racconta che i soldati napoleonici avessero asportato le canne dell’organo per farne cannoni rendendo così lo strumento inutilizzabile.

#2. Offellée fà el tò mestée

Pasticciere, fa’ il tuo mestiere.
Detto a chi vuole impicciarsi o mostrarsi esperto in faccende di cui non ha esperienza. In altri termini: “a ognuno il suo” e si riferisce al DNA del milanese, schietto e concreto, che non ama chi si improvvisa. Un’espressione simile era in uso presso gli antichi romani: “Sutor ne ultra crepidam”, cioè “calzolaio non andare oltre la scarpa”. Insomma, un sempreverde invito a una sana umiltà.

#3. Andà a óff

Andare a ufo, a scrocco
Risale al XIV secolo quando le imbarcazioni, che navigavano i Navigli per portare in città i marmi destinati alla costruzione del Duomo, recavano la scritta A.U.Fa. cioé Ad Usum Fabricae, ovvero “materiale per la fabbrica (del Duomo)”. Grazie a quella scritta erano esenti dai dazi. Già allora vi erano dei furbi che sfruttavano la dicitura senza averne il titolo.

#4. Restà lì cóme quéll de la maschérpa

Restare lì come quello del mascarpone.
Si riferisce all’espressione sbigottita di chi rimane sorpreso da un avvenimento inaspettato. Il detto risale alla dominazione austriaca, quando si dice che un tizio fosse solito evitare di pagare il dazio per l’importazione in città di generi alimentari nascondendoli sotto un voluminoso cilindro sul capo. Un giorno però incontrò una bella signora, si levò il cappello in segno di galante riverenza e fece cadere a terra il mascarpone celato svelando alle guardie il suo trucco.

#5. Ghe voeur vint ghèj de tram a giràgh in gìr

Ci vogliono venti soldi in tram per girargli intorno
Detto ironico all’indirizzo delle persone grasse, per girare intorno alle quali è necessario fare un biglietto del tram, e di ben venti centesimi, come se fosse il giro di mezza città.

#6. Chi vòlta el cuu a Milan, le vòlta al pan

Chi volta il culo a Milano, lo volta al pane
Milano ha sempre dato da mangiare a tutti grazie alla laboriosità e alla concretezza della sua gente, lasciarla significa perdere un reddito certo.

#7. A trovà i parént a Milàn bisògna andà cói pée in man

A trovare i parenti a Milano bisògna andare con i piedi in mano
La gente di campagna, quando andava a trovare i parenti in città, era solita mostrare la propria generosità portando in dono il frutto del proprio lavoro, ovvero ruspanti galline tenute salde per le zampe.

#8. Milàn e poeu puu

Milano e poi più nulla
I milanesi si sentono orgogliosi delle loro risorse, della intraprendenza e della dinamicità della loro città, luogo dove tutto è possibile, tanto da renderla unica e ineguagliabile al confronto con altre metropoli, non solo italiane.

#9. Tirèmm innànz

Tiriamo avanti!
La frase venne pronunciata da Antonio ‘Amatore’ Sciesa prima di essere condannato a morte dagli Austriaci nel 1851 per non aver voluto confessare il nome dei compagni che cospiravano contro il Governo del Regno Lombardo-Veneto. Non cedette nemmeno dopo che le guardie lo fecero appositamente transitare sotto le finestre della sua casa. Oggi viene detto dalle persone determinate che non si pentono delle proprie scelte e non conoscono ripensamenti. Fuori dal senso storico, è usato anche per invitare qualcuno a non indugiare più del dovuto.

#10. I legg de Milàn dùren d’incoeu finna a dimàn

Le leggi di Milano durano dall’oggi al domani.
Il proverbio nacque al tempo in cui Milano era sotto la dominazione spagnola e non passava giorno senza che il governatore emanasse una nuova ‘grida’, annunciata in pompa magna alla popolazione agli angoli delle strade, ma poi puntualmente disattesa.

 

Elenco realizzato con il contributo di Roberto Villa. Special thanks: Omnibus, il dialetto milanese per tutti | Immagine copertina: riproduzione del dipinto di Emilio Nava, Il Venditore di Tappeti Volanti